Su una cosa sono tutti d’accordo. Anche nella rovente – e non solo per la torrida afa estiva – Arizona: la battaglia per indurire la legge sull’immigrazione in questo Stato è solo all’inizio. Lo ha dichiarato il governatore Jan Brewer, dopo che il giudice federale Susan Bolton ha “congelato” i punti più controversi della discussa riforma migratoria Sb 1070, a poche ore dalla sua entrata in vigore. L’ora X è scattata nella mezzanotte tra mercoledì e giovedì. A diventare legge è stato, però, un provvedimento “mutilato” dei suoi paragrafi più scottanti.
Primo fra tutti, quello che impone alla polizia di verificare la regolarità della posizione migratoria di qualunque cittadino fermato per un’infrazione, anche minima. È sufficiente – questo dice la versione originale – che l’agente abbia il sospetto, fondato o meno, di trovarsi di fronte un “indocumentado” – come vengono chiamati gli immigrati illegali – per far partire i controlli. Nell’attesa, la persona dev’essere trattenuta. Contro il sistema, ritenuto discriminatorio, si è schierata fin dall’inizio la comunità ispanica. Seguita, poi, dalla Casa Bianca. Nonostante il 60 per cento degli americani sia favorevole alla legge, il dipartimento di Giustizia ha avviato un ricorso. In base al fatto che la questione migratoria è competenza federale. A stoppare la clausola è stato, in attesa della decisione finale, il giudice Bolton.
La norma «pregiudica gli stranieri legalmente residenti negli Usa, inclusi cittadini statunitensi, la cui libertà personale viene compressa in attesa che si verifichi il loro status», ha scritto nella sentenza di sospensione. Bloccati anche gli altri tre articoli polemici che velocizzano i rimpatri, impongono agli immigrati di portare sempre con sé i documenti e criminalizzano l’occupazione di spazi pubblici da parte di irregolari per chiedere lavoro. Come fanno spesso i muratori o i giardinieri ispanici che offrono la loro manodopera in grandi tendoni sulla strada. Non si tratta, però, di un’abrogazione ma di una sospensione.
Almeno fino a quando i tribunali federali si pronunceranno sulla costituzionalità della riforma. Restano in vigore, al contrario, gli aspetti più soft del provvedimento Sb 1070: le pene più severe per chi raccoglie gli irregolari dalla strada e li porta a lavorare o le nuove procedure di reclamo per chi si senta vittima di discriminazione razziale. Se gli ispanici e il governo del Messico hanno festeggiato la sentenza, i gruppi favorevoli alla legge sono pronti a dare battaglia. Il governatore Brewer ha annunciato un imminente ricorso alla Corte d’Appello. Nel probabile caso – dato l’orientamento “liberal” della maggior parte dei giudici – che quest’ultima ribadisca la decisione Bolton, lo Stato si rivolgerà – ha detto la Brewer – alla Corte Suprema. Per pagare le spese legali, il governatore ha chiesto ai sostenitori una donazione da 5 dollari. In molti stanno aderendo. Il governo federale, dal canto suo, non si darà pace fino a quando il provvedimento non verrà cancellato. Quella sulla Sb 1070 non è, però, solo una battaglia legale. Agli scontri giuridici si sovrappone la polemica politica.
Le elezioni legislative di novembre incombono. E Obama, nella sua opposizione alla riforma, rischia di far perdere consensi ai democratici. Anche se, sostengono vari analisti, il presidente, in questo modo, si riconcilia con gli ispanici – frustrati dalle promesse tradite di una riforma integrale per la legalizzazione degli oltre 12 milioni di irregolari residenti negli Usa –, il cui peso potrebbe essere rilevante nella consultazione. Mentre il braccio di ferro va avanti, in Arizona il clima si fa sempre più incandescente. Cortei pro o contro la legge sono ormai all’ordine del giorno. Proseguono anche i “raid” anti immigrati alla frontiera realizzati da gruppi estremisti armati. La rabbia di questi ultimi – temono gli attivisti per i diritti civili – potrebbe esplodere, dopo la delusione per il blocco della normativa.
Lucia Capuzzi in AVVENIRE
sabato 31 luglio 2010
giovedì 15 luglio 2010
Argentina, nozze gay
Arriva il sì del Senato
In Argentina diventano legali i matrimoni gay: il Senato ha approvato la legge che autorizza le unioni omosessuali, dopo che la Camera lo aveva già approvato lo scorso maggio. L'Argentina è il primo Paese dell'America latina ad autorizzare i matrimoni gay. Il disegno di legge, sostenuto dal governo di centro-sinistra della presidente Cristina Fernandez de Kirchner, è stato approvato con 33 voti a favore e 27 contrari dopo più di 15 ore di dibattito in aula.
«È un giorno storico», ha detto il capogruppo del partito al potere, Miguel Pichetto, ricordando che il dibattito è stato messo in calendario per il 14 luglio, giorno di commemorazione della Rivoluzione francese. «È la prima volta che si vota per una legge a favore delle minoranze», ha aggiunto.
«La società argentina è cambiata: ci sono dei nuovi modelli famigliari, ha detto il capogruppo al Senato dei radicali all'opposizione, Gerardo Morales, spiegando come questa legge sia pensata per tutelare i diritti delle minoranze.
Come già accaduto in Spagna nel 2005, il progetto prevede che dal Codice civile argentino scompaiano i termini «moglie e marito», sostituiti semplicemente dalla parola «contraenti». Un escamotage linguistico che implica molto di più: una trasformazione sociale e antropologica che suscita appassionate critiche, energiche condanne, ma anche applausi ed entusiasmi. Il Paese è diviso in due, come il Senato.
Di fatto, fino all’ultimo momento nessuno dei due fronti – il sì (appoggiato dall’Oficialismo, che sostiene il governo della presidente Cristina Fernandez Kirchner) e il no – ha azzardato previsioni sul voto: l’approvazione era appesa ad un filo.
Contro la legalizzazione era stato presentato un progetto alternativo per riconoscere le unioni civili gay, escludendo però l’equiparazione con il matrimonio vero e proprio, dunque la possibilità di adozione e il diritto di ricorrere ai procedimenti di fertilizzazione assistita. Ma ha prevalso la posizione più netta e radicale e la proposta – nonostante il placet della Commissione di legislazione generale del Senato – è stata bloccata in extremis, tramite impugnazione.
Anche le richieste di referendum sono state un buco nell’acqua. Ma la società argentina non è rimasta a guardare. La manifestazione più affollata è stata quella di martedì sera, a Buenos Aires, di fronte alla sede del Senato. Circa 100mila persone (200mila secondo alcune fonti) sono scese in piazza in difesa del matrimonio eterosessuale: «Vogliamo una mamma e un papà», si leggeva sui cartelli, in linea con le parole del cardinale Jorge Bergoglio. I bambini hanno il diritto di nascere e crescere nell’«ambiente naturale del matrimonio», aveva ricordato il cardinale argentino. È stata una protesta pacifica, trasversale: i partecipanti hanno scelto uno sgargiante colore arancione per bandiere e cappellini, prendendo le distanze da tutti i partiti dell’arco argentino. Giovani e anziani, famiglie e single: in piazza (nonostante il freddo dell’inverno di Buenos Aires) hanno sfilato persone di tutte le età e di diversi credo. Insieme ai cattolici (i più numerosi), c’erano anche alcune organizzazioni evangeliche e parte della comunità ebraica.
La politica è stata chiamata in causa, inevitabilmente: al termine è stato letto un manifesto in cui i partecipanti hanno promesso che non voteranno «mai più per quei politici che appoggiano il matrimonio omosessuale o si astengono o si assentano dalla votazione». Contro l’iniziativa, inoltre, sono state raccolte oltre 800mila firme.
La spinosa legge era stata approvata dalla Camera bassa lo scorso 5 maggio. Ma quattro città argentine avevano già anticipato la polemica nazionale, regolarizzando le unioni civili gay a livello municipale. Prima fra tutte Buenos Aires, con la Legge delle Unioni Civili del 2002. Nonostante gli strappi legislativi locali, la giurisprudenza argentina non si è mai messa d’accordo: dallo scorso dicembre si sono sposate nove coppie gay, ma diverse nozze sono state annullate dai giudici dopo poche settimane.
L'Argentina è quindi diventata il primo Paese dell'America latina ad autorizzare le nozze gay, e il decimo al mondo dopo Olanda, Belgio, Spagna, Canada, Africa del sud, Norvegia, Svezia, Portogallo e Islanda.
Michela Coricelli in AVVENIRE
In Argentina diventano legali i matrimoni gay: il Senato ha approvato la legge che autorizza le unioni omosessuali, dopo che la Camera lo aveva già approvato lo scorso maggio. L'Argentina è il primo Paese dell'America latina ad autorizzare i matrimoni gay. Il disegno di legge, sostenuto dal governo di centro-sinistra della presidente Cristina Fernandez de Kirchner, è stato approvato con 33 voti a favore e 27 contrari dopo più di 15 ore di dibattito in aula.
«È un giorno storico», ha detto il capogruppo del partito al potere, Miguel Pichetto, ricordando che il dibattito è stato messo in calendario per il 14 luglio, giorno di commemorazione della Rivoluzione francese. «È la prima volta che si vota per una legge a favore delle minoranze», ha aggiunto.
«La società argentina è cambiata: ci sono dei nuovi modelli famigliari, ha detto il capogruppo al Senato dei radicali all'opposizione, Gerardo Morales, spiegando come questa legge sia pensata per tutelare i diritti delle minoranze.
Come già accaduto in Spagna nel 2005, il progetto prevede che dal Codice civile argentino scompaiano i termini «moglie e marito», sostituiti semplicemente dalla parola «contraenti». Un escamotage linguistico che implica molto di più: una trasformazione sociale e antropologica che suscita appassionate critiche, energiche condanne, ma anche applausi ed entusiasmi. Il Paese è diviso in due, come il Senato.
Di fatto, fino all’ultimo momento nessuno dei due fronti – il sì (appoggiato dall’Oficialismo, che sostiene il governo della presidente Cristina Fernandez Kirchner) e il no – ha azzardato previsioni sul voto: l’approvazione era appesa ad un filo.
Contro la legalizzazione era stato presentato un progetto alternativo per riconoscere le unioni civili gay, escludendo però l’equiparazione con il matrimonio vero e proprio, dunque la possibilità di adozione e il diritto di ricorrere ai procedimenti di fertilizzazione assistita. Ma ha prevalso la posizione più netta e radicale e la proposta – nonostante il placet della Commissione di legislazione generale del Senato – è stata bloccata in extremis, tramite impugnazione.
Anche le richieste di referendum sono state un buco nell’acqua. Ma la società argentina non è rimasta a guardare. La manifestazione più affollata è stata quella di martedì sera, a Buenos Aires, di fronte alla sede del Senato. Circa 100mila persone (200mila secondo alcune fonti) sono scese in piazza in difesa del matrimonio eterosessuale: «Vogliamo una mamma e un papà», si leggeva sui cartelli, in linea con le parole del cardinale Jorge Bergoglio. I bambini hanno il diritto di nascere e crescere nell’«ambiente naturale del matrimonio», aveva ricordato il cardinale argentino. È stata una protesta pacifica, trasversale: i partecipanti hanno scelto uno sgargiante colore arancione per bandiere e cappellini, prendendo le distanze da tutti i partiti dell’arco argentino. Giovani e anziani, famiglie e single: in piazza (nonostante il freddo dell’inverno di Buenos Aires) hanno sfilato persone di tutte le età e di diversi credo. Insieme ai cattolici (i più numerosi), c’erano anche alcune organizzazioni evangeliche e parte della comunità ebraica.
La politica è stata chiamata in causa, inevitabilmente: al termine è stato letto un manifesto in cui i partecipanti hanno promesso che non voteranno «mai più per quei politici che appoggiano il matrimonio omosessuale o si astengono o si assentano dalla votazione». Contro l’iniziativa, inoltre, sono state raccolte oltre 800mila firme.
La spinosa legge era stata approvata dalla Camera bassa lo scorso 5 maggio. Ma quattro città argentine avevano già anticipato la polemica nazionale, regolarizzando le unioni civili gay a livello municipale. Prima fra tutte Buenos Aires, con la Legge delle Unioni Civili del 2002. Nonostante gli strappi legislativi locali, la giurisprudenza argentina non si è mai messa d’accordo: dallo scorso dicembre si sono sposate nove coppie gay, ma diverse nozze sono state annullate dai giudici dopo poche settimane.
L'Argentina è quindi diventata il primo Paese dell'America latina ad autorizzare le nozze gay, e il decimo al mondo dopo Olanda, Belgio, Spagna, Canada, Africa del sud, Norvegia, Svezia, Portogallo e Islanda.
Michela Coricelli in AVVENIRE
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