mercoledì 24 giugno 2009

I prezzi tornano a impennarsiE il mondo ha sempre più fame

Mentre gli occhi degli economisti e dei risparmiatori erano ancora puntati sulle banche, le materie prime hanno ripreso a correre. E non solo il petrolio. Dai minimi toccati a dicembre, le quotazioni di soia, mais e grano sono arrivate a salire anche del 50%. Siamo lontani dai record raggiunti nel 2008, ma i valori si sono comunque riportati ai livelli della fine del 2007, quando la crisi alimentare stava per scoppiare. Una tendenza che giustifica le preoccupazioni della Fao, secondo cui alla fine del 2008 i prezzi del cibo erano comunque più alti del 26% rispetto al 2006 e del 33% sul 2005. I rincari, combinati agli effetti della crisi economica, hanno fatto aumentare a oltre un miliardo il numero di persone nel mondo che rischia di soffrire la fame. Solo un anno fa il costo del pane o di un piatto di riso scatenava tumulti con decine di morti da Haiti al Bangladesh, dall’Egitto al Senegal. Poi vennero il terremoto finanziario, il crollo di Lehman Brothers, la 'gelata' del credito e il trasferimento della crisi all’economia reale, oggi attanagliata da una recessione di portata storica. Si sgonfiò la 'bolla' delle materie prime, facendo ipotizzare, manuali di economia alla mano, che i prezzi sarebbero scesi e che anche la fame, almeno per un po’, avrebbe dato tregua. Non è andata così. Nel frattempo sulle Borse mercantili le materie prime sono risalite, raggiungendo un livello di guardia che gli analisti osservano con attenzione. Vogliono capire se la tendenza al rialzo, chiusa la parentesi della recessione, diventerà 'strutturale'. Fra i motivi dei recenti rialzi non si possono escludere speculazioni. Gli attuali prezzi appaiono irrealistici, considerato che la ripresa dell’economia non è ancora dietro l’angolo e comunque sarà lenta e graduale. Si registra tuttavia un aumento della domanda da parte di mercati emergenti come la Cina, la cui economia sta ripartendo più rapidamente che altrove, e in generale di biocombustibili, la cui produzione, come è noto, sottrae terreno agricolo destinato al cibo. Un recente studio di Credit Suisse analizza proprio l’impatto di questi due fattori: l’indicazione è che nei prossimi cinque anni la domanda potrebbe risultare superiore all’offerta. I prezzi di conseguenza dovrebbero continuare a salire. In particolare, secondo gli analisti della banca elvetica, la recessione farà diminuire quest’anno la domanda complessiva di cibo e biocarburanti soltanto dell’1-2%. Sul medio periodo, invece, ossia nei prossimi cinque anni, la domanda dovrebbe aumentare a un ritmo compreso tra il 2,3% e il 2,6%. Si tratta, precisa lo studio, di una stima prudente. La sola richiesta di cibo, nel quinquennio, potrebbe crescere del 2,2%. A pesare sarà soprattutto la 'fame' dei Paesi emergenti. Sul fronte dell’offerta, a complicare la situazione è la peggiore crisi economica degli ultimi 60 anni, come ha rilevato anche la Fao. Nei prossimi 12 mesi, indica Credit Suisse, i raccolti saranno inferiori del 3-4%, principalmente a causa di problemi di finanziamento. Per il 2009 si stima una sensibile diminuzione delle superfici coltivate e dell’uso di fertilizzanti. Solo nel 'granaio' ucraino il governo parla di un crollo dell’offerta pari al 21%. In Brasile, a causa della stretta del credito, nel primo trimestre di quest’anno l’uso di fertilizzanti è calato del 24%. È così che la crisi, sommata ai prezzi già elevati dei generi alimentari, ha fatto salire a 1,02 miliardi il numero di persone affamate. Il direttore della Fao, Jacques Diouf ha ricordato che erano 963 milioni nel 2008 e meno di 850 nel 2007, prima dell’emergenza alimentare. La recessione al tempo stesso sembra avere messo a dura prova la generosità dei Paesi donatori, mettendo in difficoltà il Programma alimentare mondiale dell’Onu. Il Pam necessita di 6,4 miliardi di dollari in aiuti alimentari solo quest’anno, ma i contributi dei donatori sono ben al di sotto, a quota 1,5 miliardi la scorsa settimana. Come conseguenza, sono stati ridotti o tagliati alcuni progetti in Africa orientale e in Corea del Nord. In Ruanda, la razione giornaliera di cereali è stata portata da 420 a 320 grammi; stessa sorte potrebbe toccare a 3,5 milioni di vittime della siccità in Kenya; nell’Uganda settentrionale è stata sospesa la distribuzione di cibo a 600.000 persone; ridimensionate infine le operazioni previste in Etiopia. Intanto, l’India non ha ancora sbloccato le esportazioni di riso non basmati 'congelate' nel 2008 nel pieno della crisi alimentare. Attualmente solo limitati quantitativi sono concordati attraverso canali diplomatici con Paesi considerati 'amici'. Il governo di New Delhi sta valutando di far cadere il divieto. Se così fosse, il prezzo del riso sarebbe destinato a scendere, ma al tempo stesso 700 milioni di indiani rischierebbero di restarne privi.
Alessandro Bonini , in: Avvenire

giovedì 4 giugno 2009

Tienanmen: vent'anni dopoin Cina cova la nuova protesta

3 Giugno 2009
ANNIVERSARIO
La Pechino di oggi sembra tutta un’altra cosa rispetto alla città che vide il massacro di Tienan­men 20 anni fa. Grattacieli e alberghi modernissimi in acciaio, alluminio e vetro hanno sostituito le grigie co­struzioni in stile stalinista; biciclette e tricicli con cui i giovani trasportava­no i morti e i feriti sanguinanti sono quasi scomparsi, rimpiazzati da auto di lusso, pullman e metropolitana su­perveloce. Il Paese è cambiato: riven­dica il secondo posto nell’economia globale e se la crisi sta minando i suc­cessi degli ultimi due decenni, la Ci­na rimane comunque la speranza più forte per la ripresa mondiale. I giova­ni, a causa della censura e del silen­zio del regime, non sanno nemmeno che cosa sia accaduto 20 anni fa; gli studenti di oggi studiano e lottano per vincere la concorrenza nella corsa a un posto di lavoro, e hanno dimenti­cato Tienanmen. Ma proprio questa Cina modernissi­ma e internazionale, nel bene e nel male, è frutto di quel massacro. L’'ac­celerazione delle riforme', lanciata da Deng Xiaoping nel ’92, è stato il ten­tativo di far rinascere nella gente la stima per il Partito che aveva ucciso i loro figli. Il tentativo di rendere 'ric­chi e gloriosi' i cinesi doveva servire da sedativo, così che il benessere can­cellasse il ricordo di quella notte di sangue e il popolo tornasse a onora­re l’imperatore garante di stabilità e consumismo. Deng e Jiang Zemin so­no arrivati perfino a giustificare il mas­sacro come «un male minore», il prez­zo pagato per garantire la «stabilità» e raggiungere lo sviluppo che ne è se­guito. Ma, all’indomani di Tienanmen, le a­desioni al Partito sono crollate fino al 70% e la gente ha compreso che i 'li­beratori' dall’invasione giapponese e i 'timonieri' dell’unità e delle rifor­me sono soltanto un’oligarchia che domina il popolo a proprio vantag­gio. La disillusione verso il regime è andata crescendo. Mentre i leader at­tuali predicano la «società armonio­sa », le dissonanze divengono insoste­nibili: il divario fra ricchi e poveri (un esercito di circa 900 milioni) ha rag­giunto livelli da Terzo mondo; i segre­tari di Partito e i capi-villaggio depre­dano terre e case di contadini per rivenderle e operare speculazioni edi­lizie; i migranti che hanno fatto bella la Pechino delle Olimpiadi non hanno salario, né sanità, né istruzione per i propri figli; lo sviluppo selvaggio di questi 20 anni ha reso la Cina il Paese più inquinato della Terra, dove ogni anno muoiono 400mila persone per malattie respiratorie. La nazione di oggi è frutto di quanto il massacro ha fermato. Al Partito che aveva operato le 4 modernizzazioni e­conomiche, i giovani chiedevano la 'quinta modernizzazione', la demo­crazia, senza di cui la società sarebbe stata ingoiata dalla corruzione e dal­l’ingiustizia. I continui scandali alimentari (il latte alla melamina), quelli finanziari che coinvolgono pezzi grossi del Partito (a Shanghai, Xiamen, Guangzhou...), quelli delle scuole del Sichuan, crolla­te nel terremoto come 'budini di to­fu' uccidendo 8mila bambini, mo­strano che la Cina di oggi è ancora più corrotta di quella dell’89 e continua a produrre massacri. Nonostante ciò, il governo di Pechino mette a tacere gli scandali, annacqua le sentenze e vie­ta alle vittime di cercare giustizia per vie legali. La Cina di oggi, senza democrazia né libertà di parola, è il frutto incompiu­to del movimento di Tienanmen. Ma in questi 20 anni quel movimento si è diffuso in modo capillare, generando una società civile più consapevole: at­tivisti per i diritti umani, avvocati che difendono i poveri, giornalisti e inter­nauti che diffondo l’informazione ne­gata. La massa di operai sfruttati, di contadini defraudati, di famiglie av­velenate genera ogni giorno un fiume di petizioni, dimostrazioni e richieste che mettono in crisi la stessa capacità di governo del Partito. Secondo il mi­nistero della Sicurezza, vi sono alme­no 87mila «incidenti di massa» (scon­tri fra polizia e manifestanti) ogni an­no; le cause di lavoro – per salari non pagati o licenziamenti – nel 2008 so­no state un milione. Davanti alle richieste della società ci­vile, il governo-Partito si trova, come ai tempi di Tienanmen, davanti a un crocevia: deve decidere se seguire un sentiero di dialogo e democrazia o la via della repressione. Nessuno degli attivisti cerca oggi di rovesciare il si­stema o di condannare il Partito co­munista: chiedono giustizia e dialogo all’interno della risicata cornice lega­le disponibile. Molti di coloro che sol­lecitano le riforme sono membri del Partito e personalità dell’intellighen­zia statale. Eppure, la risposta del re­gime è la stessa di 20 anni fa: silenzio, arresti, divieti di associazione e di pub­blicazione via Internet o sui giornali di riflessioni su scandali, corruzione e democrazia. Nessuno sa fin quando potrà durare questo contenimento fatto di controlli polizieschi e militari. Ma certo un con­fronto aperto sul massacro di 20 anni fa e il riconoscimento delle colpe aiu­terebbe alla riconciliazione. Purtrop­po, la Cina sembra dirigersi in modo pericolosissimo verso una ripetizione amplificata di quel massacro. Vale anche la pena mettere in luce il legame fra movimento democratico e libertà religiosa. Nei primi anni dopo l’89, il braccio di ferro fra i dissidenti e il Partito è rimasto troppe volte a li­vello di rivendicazione economica o di libertà individuale. Ma ormai in Ci­na si diffonde sempre più una cultu­ra che mette al centro la persona e i suoi diritti inalienabili, rispettando il potere dello Stato, ma criticando la sua dittatura autoritaria. Ciò è avvenuto 'grazie' a Tienanmen: diversi dissi­denti, espulsi o imprigionati, hanno avuto contatto con comunità cristia­ne. Personalità come Gao Zhisheng, Han Dongfang, Hu Jia hanno scoper­to la fede quale base del valore asso­luto della persona, fondamento della difesa dei diritti umani. Questo inne­sto fra impegno civile e libertà religio­sa è uno dei frutti che fa più sperare per un futuro di giustizia.
Bernardo Cervellera, Avvenire