Le Nazioni Unite ritengono che nel biennio 2009-2010 la contrazione dell'economia globale provocherà nel mondo 50 milioni di nuovi disoccupati. Tale cifra può anche raddoppiare se la situazione peggiorerà e se l'uscita dalla crisi dovesse avere tempi più lunghi di quelli attualmente stimati. Il dato è contenuto nel rapporto sull'economia globale presentato ieri al Palazzo di Vetro di New York. Gli esperti delle Nazioni Unite sottolineano inoltre che la crisi finanziaria ed economica, nata nei Paesi più ricchi del pianeta, ha colpito in maniera sproporzionata l'economia reale di quelli in via di sviluppo. Lo studio prevede per il 2009 una contrazione del 2,6 per cento dell'economia mondiale. La valutazione è oltre cinque volte maggiore di quella indicata dalle stime precedenti diffuse a gennaio che parlavano dello 0,5 per cento. Nel documento si sottolinea, poi, che la situazione è critica nel settore del commercio mondiale, sceso nei primi tre mesi del 2009 con un tasso annuale del 40%. Si può ipotizzare una contrazione dell'11% a fine anno. Una simile perdita sarebbe la più grave dagli anni Trenta. Sulla questione del commercio mondiale è intervenuto oggi anche il primo ministro britannico Gordon Brown in un articolo pubblicato dal "Wall Street Journal", nel quale chiede un'azione urgente contro il protezionismo e le barriere doganali. Secondo Brown, le economie mondiali devono impegnarsi per una cifra superiore ai 250 miliardi di dollari. Il primo ministro britannico ricorda che la contrazione degli scambi ha ridotto in povertà circa cento milioni di persone. Tra gli effetti della crisi, secondo un rapporto presentato ieri da Amnesty International, c'è anche una diminuita attenzione alla tutela dei diritti umani in diverse parti del mondo. Sempre alla crisi e alla crescita della disoccupazione – sottolinea l’Osservatore Romano - andrebbe attribuito anche l'aumento del 12,4% dei furti registrato in Giappone nel primo quadrimestre di quest'anno, secondo quanto reso noto dall'ultimo rapporto della polizia nazionale. Il dato è particolarmente allarmante considerato che i crimini sono complessivamente diminuiti del 4,9%.
Radio Vaticana, Sezione Italiana
venerdì 29 maggio 2009
giovedì 28 maggio 2009
Delbrêl, assistente sociale tra Dio e Marx
È considerata una «mistica nella città», Madeleine Delbrêl (1904-1964), ma era anche una donna estremamente concreta e professionale nel suo lavoro. Per scoprire questa sfumatura del suo carattere finora rimasta in secondo piano, risulta dunque estremamente utile il terzo volume dell’«opera omnia» della Delbrêl, «Professione assistente sociale», appena pubblicato da Gribaudi (pp. 304, euro 16,50). Si tratta di una raccolta degli scritti professionali della nota missionaria francese introdotti da Claude Langlois e con una presentazione dello storico Andrea Riccardi, qui riproposta per stralci.
Madeleine Delbrêl ha speso gran parte dei suoi anni nelle periferie parigine, ma non è stata una donna periferica. Vivendo la centralità del Vangelo nella sua vita è stata nel cuore della vita della Chiesa francese, tanto che ha generato una discendenza durevole, dalle prime compagne che vissero con lei a Ivry, nella banlieue parigina, sino a oggi, a coloro che si ispirano a lei. Eppure al momento della sua morte, nel 1964, Madeleine era assai poco conosciuta. I suoi testi più importanti erano ancora inediti e sarebbero stati pubblicati postumi, a partire dal 1966. L’interesse nei suoi confronti è cresciuto quando i suoi scritti hanno avuto diffusione, non soltanto in Francia. Jacques Loew, prete operaio a Marsiglia dagli anni Trenta, vicino all’esperienza di Madeleine, si è chiesto da cosa derivi la notorietà di questa donna, dichiarata «serva di Dio» dalla Chiesa nel 1996. «La notorietà di Madeleine Delbrêl — conclude Loew — è frutto diretto, unico e immediato del suo pensiero, tale e quale è stato divulgato tra il 1966 e il 1973 nei tre libri postumi: Noi, gente di strada..., La gioia di credere e Comunità secondo il Vangelo. Il vissuto del laboratorio umano di Ivry ha, dunque, trovato vasta eco. Madeleine aveva creato la Charité de Jésus a Ivry nel 1933, con poche compagne. Lì, dal 1937, aveva esercitato la professione di assistente sociale, all’epoca un mestiere nuovo e riservato esclusivamente alle donne. Nel 1928 si era tenuta a Parigi la prima conferenza internazionale dedicata al servizio sociale e solo nel 1932 era stato istituito il diploma di assistente sociale. Madeleine fu una delle prime assistenti sociali francesi. Madeleine aveva scelto di divenirlo in età già adulta, dopo aver condotto studi letterari e filosofici alla Sorbona. In lei l’esperienza spirituale e l’attività professionale si fondono, divengono un tutt’uno in una vita spesa nell’incontro e nel servizio all’«altro». È pertanto importante tornare sui suoi «scritti professionali», a partire dalla tesi discussa nel 1937, Ampleur et dépendance du service social.La storia umana professionale e religiosa di Madeleine Delbrêl ha come teatro Ivry sur Seine, periferia operaia di Parigi. Non si trattava di un mondo facile. Ci si potrebbe chiedere come mai questa donna, senza grandi risorse, debole di salute, abbia scelto quell’angolo di Parigi. C’era un prete amico, Lorenzo, che dal ’34 divenne parroco di Ivry; c’era qualche compagna, disposta a iniziare con lei un’esperienza spirituale nuova. La periferia parigina era la realtà di un mondo dolente e secolarizzato. È il mondo di quell’assenza di Dio su cui Madeleine rifletteva da tempo. Il «Dio è morto» di Nietzsche le appariva, allora, non soltanto una provocazione filosofica, ma una realtà concreta di tanti uomini e donne. Questo avveniva in un mondo doloroso fatto di povertà ed esclusione. Madeleine riflette su quel mondo e sente la ferita di tanti che si allontanano dalla Chiesa. La Chiesa di Pio XI (e lo stesso Papa) aveva chiaro l’avvenuto divorzio fra il cattolicesimo e il mondo operaio. Madeleine immagina una presenza diversa dei cristiani, a contatto quotidiano con la gente. Dice spesso che è necessario essere «predicatori con la vita». Bisogna avvicinarsi alla gente per riavvicinare loro a Dio. Questi temi la accompagnano nel corso degli anni e rifluiscono in uno dei suoi libri più importanti, Ville marxiste, Terre de mission, pubblicato nel 1957. C’è qui la grande intuizione della Francia, quella delle periferie come terra di missione. Era l’intuizione che aveva mosso l’esperienza dei preti operai. La Mission de France, voluta nel 1941 dal cardinale Suhard, ha tra i suoi ispiratori Madeleine Delbrêl. Il suo interesse per il mondo operaio, infatti, viene presto condiviso da altri all’interno della Chiesa francese, da preti e da laici, che entrano a contatto con quel mondo. Madeleine soffriva la divisione rigorosa della città tra comunisti e non comunisti, spaccatura che allontanava irrimediabilmente gli operai dalla Chiesa. Aveva studiato il marxismo. Era entrata in dialogo con i comunisti che incontrava nella vita di ogni giorno. Credeva che la chiave per superare la divisione fosse l’amicizia personale, l’amore gratuito: «Ogni uomo — scrive —, comunista o capitalista, buddista o musulmano, è prima di tutto nostro fratello nella creazione». Per «saltare il fosso» che divideva in due la città — da una parte la Chiesa, dall’altra il mondo operaio — Madeleine e le compagne decidono nel 1935 di lasciare il centro sociale della parrocchia, dove risiedevano da due anni, e di affittare un appartamento nel centro di Ivry. Si trovano così a vivere tra gli operai, che in quel tempo erano definiti «proletari». Ci si chiedeva, allora, cosa sarebbe stato di quell’ampia fetta di popolazione ormai lontana dalla fede, se non perfino ostile. Nel 1943 Henry Godin e Yvan Daniel rilanciano questi interrogativi con il celebre testo, La France, pays de mission?, presentato all’arcivescovo di Parigi. La risposta, per Madeleine, non è nel divenire «progressisti» o nell’avvicinarsi al partito comunista, né in un astratto dialogo sui grandi principi. La sua risposta è la condivisione concreta e quotidiana della vita degli operai e passa anche attraverso l’aiuto concreto, materiale, che Madeleine offre come assistente sociale. Nei suoi ultimi anni Madeleine segue con grande interesse lo svolgersi del Concilio. Dopo la fine dell’esperienza dei preti operai nel 1953 vissuta da lei con dolore, il Concilio le sembra una grande opportunità. La morte sopraggiunge improvvisa, il 13 ottobre 1964, mentre a Roma per la prima volta un laico, Patrick Keegan, prende la parola in un’assemblea conciliare, intervenendo sull’«apostolato dei laici».
Andrea Riccardi in Avvenire
Madeleine Delbrêl ha speso gran parte dei suoi anni nelle periferie parigine, ma non è stata una donna periferica. Vivendo la centralità del Vangelo nella sua vita è stata nel cuore della vita della Chiesa francese, tanto che ha generato una discendenza durevole, dalle prime compagne che vissero con lei a Ivry, nella banlieue parigina, sino a oggi, a coloro che si ispirano a lei. Eppure al momento della sua morte, nel 1964, Madeleine era assai poco conosciuta. I suoi testi più importanti erano ancora inediti e sarebbero stati pubblicati postumi, a partire dal 1966. L’interesse nei suoi confronti è cresciuto quando i suoi scritti hanno avuto diffusione, non soltanto in Francia. Jacques Loew, prete operaio a Marsiglia dagli anni Trenta, vicino all’esperienza di Madeleine, si è chiesto da cosa derivi la notorietà di questa donna, dichiarata «serva di Dio» dalla Chiesa nel 1996. «La notorietà di Madeleine Delbrêl — conclude Loew — è frutto diretto, unico e immediato del suo pensiero, tale e quale è stato divulgato tra il 1966 e il 1973 nei tre libri postumi: Noi, gente di strada..., La gioia di credere e Comunità secondo il Vangelo. Il vissuto del laboratorio umano di Ivry ha, dunque, trovato vasta eco. Madeleine aveva creato la Charité de Jésus a Ivry nel 1933, con poche compagne. Lì, dal 1937, aveva esercitato la professione di assistente sociale, all’epoca un mestiere nuovo e riservato esclusivamente alle donne. Nel 1928 si era tenuta a Parigi la prima conferenza internazionale dedicata al servizio sociale e solo nel 1932 era stato istituito il diploma di assistente sociale. Madeleine fu una delle prime assistenti sociali francesi. Madeleine aveva scelto di divenirlo in età già adulta, dopo aver condotto studi letterari e filosofici alla Sorbona. In lei l’esperienza spirituale e l’attività professionale si fondono, divengono un tutt’uno in una vita spesa nell’incontro e nel servizio all’«altro». È pertanto importante tornare sui suoi «scritti professionali», a partire dalla tesi discussa nel 1937, Ampleur et dépendance du service social.La storia umana professionale e religiosa di Madeleine Delbrêl ha come teatro Ivry sur Seine, periferia operaia di Parigi. Non si trattava di un mondo facile. Ci si potrebbe chiedere come mai questa donna, senza grandi risorse, debole di salute, abbia scelto quell’angolo di Parigi. C’era un prete amico, Lorenzo, che dal ’34 divenne parroco di Ivry; c’era qualche compagna, disposta a iniziare con lei un’esperienza spirituale nuova. La periferia parigina era la realtà di un mondo dolente e secolarizzato. È il mondo di quell’assenza di Dio su cui Madeleine rifletteva da tempo. Il «Dio è morto» di Nietzsche le appariva, allora, non soltanto una provocazione filosofica, ma una realtà concreta di tanti uomini e donne. Questo avveniva in un mondo doloroso fatto di povertà ed esclusione. Madeleine riflette su quel mondo e sente la ferita di tanti che si allontanano dalla Chiesa. La Chiesa di Pio XI (e lo stesso Papa) aveva chiaro l’avvenuto divorzio fra il cattolicesimo e il mondo operaio. Madeleine immagina una presenza diversa dei cristiani, a contatto quotidiano con la gente. Dice spesso che è necessario essere «predicatori con la vita». Bisogna avvicinarsi alla gente per riavvicinare loro a Dio. Questi temi la accompagnano nel corso degli anni e rifluiscono in uno dei suoi libri più importanti, Ville marxiste, Terre de mission, pubblicato nel 1957. C’è qui la grande intuizione della Francia, quella delle periferie come terra di missione. Era l’intuizione che aveva mosso l’esperienza dei preti operai. La Mission de France, voluta nel 1941 dal cardinale Suhard, ha tra i suoi ispiratori Madeleine Delbrêl. Il suo interesse per il mondo operaio, infatti, viene presto condiviso da altri all’interno della Chiesa francese, da preti e da laici, che entrano a contatto con quel mondo. Madeleine soffriva la divisione rigorosa della città tra comunisti e non comunisti, spaccatura che allontanava irrimediabilmente gli operai dalla Chiesa. Aveva studiato il marxismo. Era entrata in dialogo con i comunisti che incontrava nella vita di ogni giorno. Credeva che la chiave per superare la divisione fosse l’amicizia personale, l’amore gratuito: «Ogni uomo — scrive —, comunista o capitalista, buddista o musulmano, è prima di tutto nostro fratello nella creazione». Per «saltare il fosso» che divideva in due la città — da una parte la Chiesa, dall’altra il mondo operaio — Madeleine e le compagne decidono nel 1935 di lasciare il centro sociale della parrocchia, dove risiedevano da due anni, e di affittare un appartamento nel centro di Ivry. Si trovano così a vivere tra gli operai, che in quel tempo erano definiti «proletari». Ci si chiedeva, allora, cosa sarebbe stato di quell’ampia fetta di popolazione ormai lontana dalla fede, se non perfino ostile. Nel 1943 Henry Godin e Yvan Daniel rilanciano questi interrogativi con il celebre testo, La France, pays de mission?, presentato all’arcivescovo di Parigi. La risposta, per Madeleine, non è nel divenire «progressisti» o nell’avvicinarsi al partito comunista, né in un astratto dialogo sui grandi principi. La sua risposta è la condivisione concreta e quotidiana della vita degli operai e passa anche attraverso l’aiuto concreto, materiale, che Madeleine offre come assistente sociale. Nei suoi ultimi anni Madeleine segue con grande interesse lo svolgersi del Concilio. Dopo la fine dell’esperienza dei preti operai nel 1953 vissuta da lei con dolore, il Concilio le sembra una grande opportunità. La morte sopraggiunge improvvisa, il 13 ottobre 1964, mentre a Roma per la prima volta un laico, Patrick Keegan, prende la parola in un’assemblea conciliare, intervenendo sull’«apostolato dei laici».
Andrea Riccardi in Avvenire
mercoledì 27 maggio 2009
Lavoro, al primo posto la tutela della vita
La sciagura in Sardegna
Ancora tre morti bianche e altrettante famiglie in lacrime, questa volta in Sardegna, regione che come poche ha fame di lavoro, sviluppo e crescita per uscire da una condizione di abbandono che non sarà la proliferazione di orribili villaggi turistici nei luoghi più ameni e di villone pacchiane di nuovi ricchi a superare. Ancora tre morti, figli di un’isola che coltivava speranze di riscatto nelle industrie venute da fuori come le fabbriche chimiche dell’interno diventate cattedrali nel deserto, che ha fatto affidamento sui poli minerari e metallurgici rivelatisi un bluff e che ora guarda come ad un’ancora di salvezza agli impianti petroliferi della costa.In una raffineria di Sarroch, litorale sud a pochi chilometri da Cagliari, ieri si è consumata la nuova tragedia con un bilancio pesantissimo che fa lievitare le statistiche dei morti da lavoro, oltre mille all’anno, e poco senso ha dibattere se nel numero debbano o no essere compresi i cosiddetti morti in itinere che perdono la vita nel viaggio di andata o di rientro dalla fabbrica. Fuorviante poi puntare il dito sulla presunta carenza di norme sulla sicurezza nei cantieri o nei capannoni: le leggi ci sono, ridondanti, complesse e talvolta contraddittorie da risultare di non semplice applicazione anche agli occhi di chi deve verificarne il rispetto.Qualche considerazione merita piuttosto il fatto che le tre vittime di Sarroch uccise da una intossicazione mentre erano intente alla pulizia di un serbatoio non appartenevano all’organico della raffineria in quanto dipendenti di ditta appaltatrice. Spesso, troppo spesso, le morti bianche coinvolgono gli esterni, lavoratori di imprese che oggi operano qua, domani là. Si va dove c’è lavoro, è chiaro, e siano benedette queste commesse perchè con i tempi che corrono nessuna occasione deve essere perduta. Ma le trasferte ripetute, il saltare da un impianto di un certo tipo ad un altro con caratteristiche tecnologiche e produttive completamente diverse non facilita la formazione di una mentalità operativa specifica, non sempre agevola la crescita di una cultura della sicurezza che deve costituire il patrimonio più prezioso di ogni lavoratore, eredità ricevuta da chi è più anziano di te, ha fatto più pratica, è in possesso di solida esperienza. Cosa sia accaduto esattamente nella raffineria di Sarroch lo appureranno le indagini di rito. La riflessione non può che assumere connotazioni di carattere generale per ribadire l’urgenza che si affermi una mentalità diffusa e condivisa ad ogni livello (dipendente, imprenditore, sindacato, organo di controllo) che porti a legare inscindibilmente il lavoro e la tutela della vita, intesi come due facce della medesima medaglia.Lavoro e vita sono beni primari, assoluti, insopprimibili. La vita si realizza mediante il lavoro, senza il quale all’uomo e alla sua famiglia non è concesso condurre una esistenza dignitosa. Nello sfiancante dibattito sulla sicurezza che attraversa il Paese e coinvolge tutte le forze politiche sarebbe il caso che venissero comprese le tematiche peculiari della sicurezza sul lavoro intesa come prassi da consolidare e cultura da radicare, con l’obiettivo di porre un freno ad uno stillicidio di sciagure che non ci fa onore in Europa. E’ questione tanto di civiltà giuridica in una Repubblica fondata sul lavoro, quanto - non sembri argomentazione prosaica - di stretta ed utilitaristica convenienza: l’economia ha tutto da guadagnare da un sistema produttivo al cui interno si opera senza rischiare quotidianamente la salute o la pelle.
Antonio Giorgi in Avvenire
Ancora tre morti bianche e altrettante famiglie in lacrime, questa volta in Sardegna, regione che come poche ha fame di lavoro, sviluppo e crescita per uscire da una condizione di abbandono che non sarà la proliferazione di orribili villaggi turistici nei luoghi più ameni e di villone pacchiane di nuovi ricchi a superare. Ancora tre morti, figli di un’isola che coltivava speranze di riscatto nelle industrie venute da fuori come le fabbriche chimiche dell’interno diventate cattedrali nel deserto, che ha fatto affidamento sui poli minerari e metallurgici rivelatisi un bluff e che ora guarda come ad un’ancora di salvezza agli impianti petroliferi della costa.In una raffineria di Sarroch, litorale sud a pochi chilometri da Cagliari, ieri si è consumata la nuova tragedia con un bilancio pesantissimo che fa lievitare le statistiche dei morti da lavoro, oltre mille all’anno, e poco senso ha dibattere se nel numero debbano o no essere compresi i cosiddetti morti in itinere che perdono la vita nel viaggio di andata o di rientro dalla fabbrica. Fuorviante poi puntare il dito sulla presunta carenza di norme sulla sicurezza nei cantieri o nei capannoni: le leggi ci sono, ridondanti, complesse e talvolta contraddittorie da risultare di non semplice applicazione anche agli occhi di chi deve verificarne il rispetto.Qualche considerazione merita piuttosto il fatto che le tre vittime di Sarroch uccise da una intossicazione mentre erano intente alla pulizia di un serbatoio non appartenevano all’organico della raffineria in quanto dipendenti di ditta appaltatrice. Spesso, troppo spesso, le morti bianche coinvolgono gli esterni, lavoratori di imprese che oggi operano qua, domani là. Si va dove c’è lavoro, è chiaro, e siano benedette queste commesse perchè con i tempi che corrono nessuna occasione deve essere perduta. Ma le trasferte ripetute, il saltare da un impianto di un certo tipo ad un altro con caratteristiche tecnologiche e produttive completamente diverse non facilita la formazione di una mentalità operativa specifica, non sempre agevola la crescita di una cultura della sicurezza che deve costituire il patrimonio più prezioso di ogni lavoratore, eredità ricevuta da chi è più anziano di te, ha fatto più pratica, è in possesso di solida esperienza. Cosa sia accaduto esattamente nella raffineria di Sarroch lo appureranno le indagini di rito. La riflessione non può che assumere connotazioni di carattere generale per ribadire l’urgenza che si affermi una mentalità diffusa e condivisa ad ogni livello (dipendente, imprenditore, sindacato, organo di controllo) che porti a legare inscindibilmente il lavoro e la tutela della vita, intesi come due facce della medesima medaglia.Lavoro e vita sono beni primari, assoluti, insopprimibili. La vita si realizza mediante il lavoro, senza il quale all’uomo e alla sua famiglia non è concesso condurre una esistenza dignitosa. Nello sfiancante dibattito sulla sicurezza che attraversa il Paese e coinvolge tutte le forze politiche sarebbe il caso che venissero comprese le tematiche peculiari della sicurezza sul lavoro intesa come prassi da consolidare e cultura da radicare, con l’obiettivo di porre un freno ad uno stillicidio di sciagure che non ci fa onore in Europa. E’ questione tanto di civiltà giuridica in una Repubblica fondata sul lavoro, quanto - non sembri argomentazione prosaica - di stretta ed utilitaristica convenienza: l’economia ha tutto da guadagnare da un sistema produttivo al cui interno si opera senza rischiare quotidianamente la salute o la pelle.
Antonio Giorgi in Avvenire
martedì 26 maggio 2009
Pena di morte: si allarga il fronte del no
Anche il Togo sta per mandare in pensione il boia. L’annuncio, che amplia la “no death penalty zone”, l’area libera dalla pena di morte, arriva al IV Congresso internazionale dei ministri della Giustizia, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. Nella sala della Protomoteca in Campidoglio il guardasigilli del Paese africano, Kokou Biossey Tozoun, dichiara che «tra qualche giorno la pena di morte sarà abolita nel nostro Paese». Il Togo, abolizionista de facto, ha eseguito l’ultima condanna nel 1998, commutando tutte le altre condanne in carcere a vita. «La pena di morte è inutile e illusoria – dice Tozoun – perché lo Stato che dà la morte non è più grande di chi uccide». A poche settimane dall’abolizione della pena capitale nello Stato americano del New Mexico, la Comunità di Sant’Egidio prosegue nella sua battaglia per passare dalla Moratoria universale della pena di morte – approvata nel 2007 all’Assemblea generale dell’Onu e ribadita l’anno successivo – a una reale cancellazione de jure dai codici penali. A Roma arrivano i rappresentanti di 25 Paesi sudamericani, asiatici e africani, tra cui 15 ministri della Giustizia che stamattina saranno ricevuti dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Ed è proprio dall’Africa che arrivano i segnali più incoraggianti. Nel 2008 è stata la volta del Burundi, sconvolto da dodici anni di sanguinosa guerra civile. «È il segno di una scelta irreversibile per la democrazia e il rispetto dei diritti umani», spiega il ministro del Togo. Che sta per aggiungersi ai numerosi Paesi africani che hanno abolito negli ultimi anni la pena capitale. Il presidente dello Zambia, Rupiah Banda, ha solennemente dichiarato che nel corso del suo mandato non firmerà mai un ordine di esecuzione. Per il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo «sono risultati notevoli che mostrano come l’Africa si avvii a essere il secondo continente, dopo l’Europa, libero dalla pena capitale». Il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti ricorda che l’Italia è sempre in prima linea e insieme ad altri Paesi sta lavorando a una nuova risoluzione da presentare all’Assemblea generale dell’Onu in autunno. Il vice-presidente del Csm Nicola Mancino ricorda che «la certezza della pena come deterrente è di gran lunga uno strumento migliore della gravità della stessa e l’umanità delle condizioni di detenzione offre le migliori garanzie per il recupero sociale del detenuto». Lo spauracchio del boia, insomma, non è mai servito a contenere il crimine: «La pena di morte che vigeva nel nostro Paese – conferma il guardasigilli del Burundi Jean Bosco Ndikumana – non ha impedito ai burundesi di ammazzarsi tra di loro». Aggiunge Impagliazzo: «Dalle ricerche fatte in diversi epoche e diversi Paesi non è mai risultato che l’abolizione abbia portato all’incremento dei delitti più gravi». Conferma Mario Marazziti, portavoce della Comunità: «In Canada, così vicino agli Usa, dopo l’abolizione gli omicidi sono calati». Il Costa Rica fa ben sperare. Il ministro della Giustizia Viviana Martìn Salazar orgogliosamente ricorda che il suo Paese non uccide dal 1882: «Il nostro presidente è un Nobel per la pace, non abbiamo l’esercito e ci sono più maestri che poliziotti». E i programmi di riabilitazione per i detenuti costaricani hanno ridotto dal 60% al 25% la recidiva di chi, una volta uscito, tornava a delinquere. Anche dall’America del Nord arrivano segnali incoraggianti: due anni dopo l’abolizione in New Jersey, anche il New Mexico ha abbandonato la pena capitale. E Nebraska, New Hampshire, Colorado e Montana stanno discutendo proposte abolizioniste. Il cammino è lungo ma negli ultimi anni ha subito un’accelerazione sorprendente: agli inizi del XX secolo gli abolizionisti erano tre, dopo il 1945 ancora solo ottp, nel 1978 erano 19. Ora la proporzione si è ribaltata.
Avvenire, 26 Maggio 2009
Avvenire, 26 Maggio 2009
Spariti nel nulla centinaia di minori
Vincenzo R. Spagnolo
Da Avvenire, 18 Maggio 2009
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