Nel campo di sterminio nazista furono uccise oltre un milione di persone
Il portavoce: "E' il primo furto così grave, e vergognoso, ai danni del sito"
VARSAVIA - Svitata da un lato e strappata dall'altro. Così è stato rubata l'insegna in ferro battuto, tragicamente celebre, che reca la scritta "Arbeit macht frei" ("Il lavoro rende liberi"), che campeggiava al di sopra del cancello di ingresso del campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau, nel sud della Polonia.
Il furto, compiuto - come riferisce la polizia polacca - fra le tre e le cinque della scorsa notte, non sembra essere una semplice bravata: i ladri hanno infatti reciso il filo spinato che costeggia la rete che delimita il campo, un'operazione quindi complessa che solo dei "professionisti" avrebbero potuto compiere. I ladri sembravano essere a conoscenza anche della posizione delle telecamere di sorveglianza.
"Si tratta del primo caso così grave di furto in questo luogo - spiega un portavoce del museo di Auschwitz, Jeroslaw Mensfeld - è una profanazione vergognosa nel luogo in cui oltre un milione di persone sono state assassinate".
L'iscrizione in ferro battuto, costruita dagli stessi prigionieri e installata nel 1940, non era difficile da staccare, ha precisato Mensfeld, "ma bisognava saperlo". Di notte, il campo è chiuso e sorvegliato da vigilantes. Ora all'esame degli inquirenti ci sono anche videoriprese della notte, intorno e dentro il sito.
Tra il 1940 e il 1945, nel campo di Auschwitz-Birchenau i nazisti sterminarono oltre un milione di persone, di cui un milione di ebrei. Fra le altre vittime, soprattutto polacchi non ebrei, rom e prigionieri di guerra sovietici. Le autorità del museo hanno già provveduto a installare all'ingresso del campo una copia della scritta, realizzata in occasione di un periodo di restauro dell'originale, divenuto in tutto il mondo il triste simbolo dell'Olocausto.
La donazione. Proprio ieri il governo tedesco aveva annunciato di essere pronto a una donazione di 60 milioni di euro per la manutenzione dell'ex lager. Una cifra che rappresenta la metà del denaro necessario a preservare quel che resta delle baracche e delle camere a gas del più noto dei campi di concentramento nazista. Alla fine della guerra, oltre 200 ettari del campo furono trasformati in museo, visitato ogni anno da centinaia di migliaia di persone. Ma i proventi dei biglietti non sono sufficienti a mantenere il grande sito, con i suoi 155 edifici, le 300 strutture in rovina e centinaia di migliaia di reperti, in gran parte effetti personali dei prigionieri. Non mancano iniziative di sostegno che coinvolgono i visitatori, come la richiesta di un'offerta spontanea dal titolo "Compra un mattone".
Quanto alla donazione della Germania, Mensfelt l'ha definita "enorme", ed ha auspicato che anche altri paesi possano seguire l'esempio con altri contributi in risposta all'appello lanciato dal governo polacco. Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha detto che la donazione di Berlino rispecchia la "responsabilità storica" dei tedeschi. Per il momento, anche la Gran Bretagna ha dato la sua disponibilità.
Avvenire, 18 Dicembre 2009
venerdì 18 dicembre 2009
venerdì 11 dicembre 2009
Una suora in cattedra fa paura Potrebbe creare passione
È arrivata la nuova maestra. È abilitata all’ insegnamen-to, ha alle spalle anni in cattedra, secondo le graduatorie il posto tocca a lei. Ma quando entra in aula, in una elementare statale di Roma, delle madri corrono dalla preside. A protestare, indignate. Perché quella maestra, è una suora. Visibilmente una suora: porta perfino la veste nera sopra al velo bianco. Troppo, davvero, per quelle mamme "laiche e democratiche", che ora minacciano ricorso al Tar.Chi ha paura di una suora? Quella di Roma è una donna di 61 anni, i capelli grigi, l’aria, a dire il vero, mite. Ex allieva del cardinale Martini, neanche porta sulla veste quel crocefisso attorno al quale oggi tanto animatamente si discute. Sorride tranquilla: «Tanto ce l’ho qui dentro, nel mio cuore». E dunque la storia di Roma nemmeno è una questione di segni esibiti o rifiutati. «Cosa risponderà», trema invece una madre, «se mio figlio chiedesse come è nato l’universo?» Già. Non le verrà mica in mente, alla sorella, di accennare, accanto alla corretta idea evoluzionista, l’assurda ipotesi di un Creatore? (Dove si vede come certo laicismo radicale sia in realtà un credo integralista, spaventato all’idea del confronto con l’altro).E non importa se la legge italiana non preveda – e ci mancherebbe altro – la esclusione dei religiosi dall’insegnamento, in un’inimmaginabile discriminazione fra cittadini e sotto-cittadini. Tuttavia in qualcuno permane un meccanismo automatico, quasi pavloviano, per cui quell’abito è intollerabile. L’abito che sta a indicare, netta, ben visibile, l’appartenenza cristiana. Altrettanto cristiani però sono, nelle loro vesti borghesi, migliaia di maestri e professori nelle nostre scuole. Qual è il punto di attrito, allora? Forse l’abito di una suora come segno indiscreto e visibile della propria fede. Che è ammessa finché sia faccenda pudica, privata, mantenuta estranea alla vita quotidiana. Finché stia in chiesa e non si immischi di cose concrete come la politica, o l’educazione. Come farebbe, altrimenti, un maestro che manifestamente creda in un Dio a presentare agli alunni l’umano scibile con la dovuta neutralità, con la necessaria prudente equidistanza da ogni visione del mondo? Come farebbe a insegnare che nulla è oggettivamente vero, ma tutto invece opinabile, secondo l’imperativo del relativismo in cui oggi, coscientemente o no, si crescono i figli?Una suora in cattedra, questo no. Il rigurgito di una sorta di razzismo laico. No, nemmeno se non porta il crocefisso sul petto: tanto ce l’ha nel cuore, dice. Peggio, direbbero quelle madri, se fossero più acute. Perché un crocefisso di legno potrebbe anche essere lì, e non rappresentare niente. Potrebbe restare sul muro di un’aula a impolverarsi, innocuo sotto a sguardi abituati. Ma se davvero uno ce l’ha, come dice la suora di Roma, nel cuore, allora ha un’attenzione all’altro che meraviglia, col tempo, anche i bambini di una chiassosa classe elementare. Perché quella veste e quella croce si testimoniano nella passione all’altro. Perfino al ragazzo dell’ultimo banco, apparentemente il peggiore. E quanta ce ne vorrebbe, di questa passione, in certe nostre aule di ragazzi lasciati soli, di figli bulli per noia.
Marina Corradi in "Avvenire"
Marina Corradi in "Avvenire"
giovedì 19 novembre 2009
"A Natale via i clandestini" nel Bresciano si festeggia così
A Coccaglio la caccia ai clandestini si fa in nome del Natale. L'amministrazione di destra – sindaco
e tre assessori leghisti, altri tre Pdl – ha inaugurato nel piccolo comune bresciano l'operazione
"White Christmas", come il titolo della canzone di Bing Crosby, usato per ripulire la cittadina dagli extracomunitari.
Un nome scelto proprio perché l'operazione scade il 25 dicembre. E perché, spiega l'ideatore
dell'operazione, l'assessore leghista alla Sicurezza Claudio Abiendi «per me il Natale non è la festa
dell'accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità». È così che fino al 25 dicembre, a Coccaglio, poco meno di settemila abitanti, mille e 500 stranieri, i vigili vanno casa per casa a suonare il campanello di circa 400 extracomunitari. Quelli che hanno il permesso di soggiorno scaduto da sei mesi e che devono aver avviato le pratiche per il rinnovo. «Se non dimostrano di averlo fatto - dice il sindaco Franco Claretti - la loro residenza viene revocata d'ufficio». L'idea dell'operazione intitolata al Natale nasce dopo l'approvazione del decreto sicurezza che dà poteri più incisivi al sindaco, che poi chiede ai suoi funzionari di verificare i dati dell'Anagrafe sugli stranieri.
Nel paese, in dieci anni, gli extracomunitari sono passati dai 177 del 1998 ai 1562 del 2008,
diventando più di un quinto della popolazione. Con marocchini, albanesi e cittadini della ex
Jugoslavia tra i più presenti. «Da noi non c'è criminalità - tiene a precisare Claretti - vogliamo
soltanto iniziare a fare pulizia». A Coccaglio fino a giugno e per 36 anni ha governato la sinistra. «È solo propaganda - dice l'ex sindaco Luigi Lotta, centrosinistra - Io ho lasciato un paese unito, senza problemi d'integrazione. L'unico caso di cronaca degli ultimi anni, un accoltellamento tra kosovari, nemmeno residenti da noi, c'è stato sotto la nuova amministrazione».
L'idea di accostare la caccia agli irregolari al Natale, ha provocato le proteste di un pezzo di città.
«Io sono credente, ho frequentato il collegio dai Salesiani. Questa gente dov'era domenica scorsa?
Io a Brescia dal Papa», replica Abiendi, che si definisce «tra i fondatori della Lega Nord, nel 1992».
Poi enumera i risultati dell'operazione "Bianco Natale": «Dal 25 ottobre abbiamo fatto 150
ispezioni. Gli irregolari sono circa il 50% dei controllati». E ora al modello Coccaglio guardano
anche i sindaci leghisti dei comuni vicini, due (Castelcovati e Castrezzato) l'hanno già copiato. Lo
scorso 24 ottobre, alla prima convention di sindaci leghisti, a Milano, la "White Chistmas" ha avuto l'appoggio convinto dello stato maggiore del partito. «Il ministro Maroni è un uomo pratico - dice ora Claretti - ci ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici». Sul riferimento al Natale, il sindaco accetta le critiche. «Forse è stato infelice. Ma l'operazione scadrà proprio quel giorno lì».
Articolo di Sandro di Ricardis, in: La Repubblica
Suor Eugenia Bonetti scrive:
Ancora una volta ricevo e trasmetto questo articolo apparso ieri su "la Repubblica" che ancora una volta ci fa riflettere e, a dire poco, ci fa indignare, vergognare e umiliare pensando come ancora una volta in questo Natale dopo duemila anni si ripete la stessa scenda della famiglia di Nazareth che chiede ospitalità e si sente dire: "non c'è posto per loro".
Il Dio fattosi Uomo per fare di questa nostra umanità un'unica famiglia ha assunto la forma di ogni persona, colore, razza, lingua e nazione e nessuno che si definisce seguace di questo Dio Bambino può rifiutare un suo fratello o sorella perchè diverso o immigrato.
Il nostro Natale diventi davvero una festa dell'accoglienza, dell'ospitalità, della condivisione, dell'apertura della mente e del cuore verso che è in mezzo a noi e ci chiede di essere accolto, amato e aiutato.
Come donne e consacrate non temiamo di far sentire la nostra indignazione e trasmettere messaggi evangelici a difesa dei diritti degli ultimi ed esclusi.
Solo così il nostro Natale avrà un senso vero che ci arricchirà tutti.
Auguri di ogni bene, Sr. Eugenia Bonetti MC
e tre assessori leghisti, altri tre Pdl – ha inaugurato nel piccolo comune bresciano l'operazione
"White Christmas", come il titolo della canzone di Bing Crosby, usato per ripulire la cittadina dagli extracomunitari.
Un nome scelto proprio perché l'operazione scade il 25 dicembre. E perché, spiega l'ideatore
dell'operazione, l'assessore leghista alla Sicurezza Claudio Abiendi «per me il Natale non è la festa
dell'accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità». È così che fino al 25 dicembre, a Coccaglio, poco meno di settemila abitanti, mille e 500 stranieri, i vigili vanno casa per casa a suonare il campanello di circa 400 extracomunitari. Quelli che hanno il permesso di soggiorno scaduto da sei mesi e che devono aver avviato le pratiche per il rinnovo. «Se non dimostrano di averlo fatto - dice il sindaco Franco Claretti - la loro residenza viene revocata d'ufficio». L'idea dell'operazione intitolata al Natale nasce dopo l'approvazione del decreto sicurezza che dà poteri più incisivi al sindaco, che poi chiede ai suoi funzionari di verificare i dati dell'Anagrafe sugli stranieri.
Nel paese, in dieci anni, gli extracomunitari sono passati dai 177 del 1998 ai 1562 del 2008,
diventando più di un quinto della popolazione. Con marocchini, albanesi e cittadini della ex
Jugoslavia tra i più presenti. «Da noi non c'è criminalità - tiene a precisare Claretti - vogliamo
soltanto iniziare a fare pulizia». A Coccaglio fino a giugno e per 36 anni ha governato la sinistra. «È solo propaganda - dice l'ex sindaco Luigi Lotta, centrosinistra - Io ho lasciato un paese unito, senza problemi d'integrazione. L'unico caso di cronaca degli ultimi anni, un accoltellamento tra kosovari, nemmeno residenti da noi, c'è stato sotto la nuova amministrazione».
L'idea di accostare la caccia agli irregolari al Natale, ha provocato le proteste di un pezzo di città.
«Io sono credente, ho frequentato il collegio dai Salesiani. Questa gente dov'era domenica scorsa?
Io a Brescia dal Papa», replica Abiendi, che si definisce «tra i fondatori della Lega Nord, nel 1992».
Poi enumera i risultati dell'operazione "Bianco Natale": «Dal 25 ottobre abbiamo fatto 150
ispezioni. Gli irregolari sono circa il 50% dei controllati». E ora al modello Coccaglio guardano
anche i sindaci leghisti dei comuni vicini, due (Castelcovati e Castrezzato) l'hanno già copiato. Lo
scorso 24 ottobre, alla prima convention di sindaci leghisti, a Milano, la "White Chistmas" ha avuto l'appoggio convinto dello stato maggiore del partito. «Il ministro Maroni è un uomo pratico - dice ora Claretti - ci ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici». Sul riferimento al Natale, il sindaco accetta le critiche. «Forse è stato infelice. Ma l'operazione scadrà proprio quel giorno lì».
Articolo di Sandro di Ricardis, in: La Repubblica
Suor Eugenia Bonetti scrive:
Ancora una volta ricevo e trasmetto questo articolo apparso ieri su "la Repubblica" che ancora una volta ci fa riflettere e, a dire poco, ci fa indignare, vergognare e umiliare pensando come ancora una volta in questo Natale dopo duemila anni si ripete la stessa scenda della famiglia di Nazareth che chiede ospitalità e si sente dire: "non c'è posto per loro".
Il Dio fattosi Uomo per fare di questa nostra umanità un'unica famiglia ha assunto la forma di ogni persona, colore, razza, lingua e nazione e nessuno che si definisce seguace di questo Dio Bambino può rifiutare un suo fratello o sorella perchè diverso o immigrato.
Il nostro Natale diventi davvero una festa dell'accoglienza, dell'ospitalità, della condivisione, dell'apertura della mente e del cuore verso che è in mezzo a noi e ci chiede di essere accolto, amato e aiutato.
Come donne e consacrate non temiamo di far sentire la nostra indignazione e trasmettere messaggi evangelici a difesa dei diritti degli ultimi ed esclusi.
Solo così il nostro Natale avrà un senso vero che ci arricchirà tutti.
Auguri di ogni bene, Sr. Eugenia Bonetti MC
martedì 10 novembre 2009
VENT'ANNI DOPO
Il Muro è caduto di nuovosotto la pioggia di Berlino
Davanti alla Porta di Brandeburgo, in un tripudio di luci colorate e di musiche maestose, il Muro ieri sera è crollato una seconda volta. Non il tetro blocco di cemento che separava un tempo le due Germanie ma una barriera variopinta di mille tessere in formato gigante, allineate lungo lo stesso tracciato. Cadono con effetto domino sotto il colpo ben assestato da Lech Walesa, il primo ad abbattere il simbolico Muro che va dal Reichstag a Potsdamer Platz, nel cuore di Berlino. All’estremità opposta della barriera di polistirolo il gesto viene ripetuto dal presidente della Commissione europea, Manuel Barroso. È il momento culminante delle celebrazioni per ricordare la notte magica del 9 novembre di vent’anni fa che innescò cambiamenti a catena nei regimi comunisti. È l’allegoria perfetta di un lungo cammino, da Solidarnosc alla nuova Unione europea. E’ la «Festa della libertà» che la Germania riunificata celebra nel segno della più vasta unità del continente, alla presenza di decine di capi di Stato e di governo provenienti da tutto il mondo. Ci sono i leader di tutti i Paesi della Ue, per l’Italia c’è il presidente del Consiglio Berlusconi. Ci sono l’ex presidente sovietico Gorbaciov ed il presidente russo Medvedev. Non c’è Obama (che ha inviato qui il Segretario di Stato Hillary Clinton) ma il presidente americano si è fatto vivo sui maxischermi con un videomessaggio. Il grande assente è l’artefice della riunificazione Helmut Kohl, molto malato. Niente parate militari, niente sfoggio di potenza. È un’autentica festa di popolo. Sono arrivati in centinaia di migliaia da tutta la Germania e adesso sono qui, incuranti della pioggia battente, per ricordare «l’evento più gioioso della nostra storia», dice Angela Merkel, la “cancelliera” venuta dal- l’Est che ha ricordato: «Quello fu il giorno più felice della mia vita». E non ha voluto dimenticare l’altro 9 novembre,quello del 1938, divenuto tristemente famoso come la notte dei Cristalli (violenti attacchi contro gli ebrei). Parlano i rappresentanti delle vecchie potenze vincitrici della guerra. «Siamo tutti berlinesi» dice Sarkozy in tedesco. «We are one», siamo una cosa sola, è il canto finale che s’eleva sotto un cielo solcato dai fuochi d’artificio, tra gli applausi della folla. Il giorno più lungo di questi vent’anni di Germania riunificata era iniziato con un gesto religioso di ringraziamento. Ieri mattina, nella chiesa del Getsemani dove nelle settimane precedenti la caduta del Muro si riuniva l’opposizione democratica guidata dai pastori evangelici, si è tenuta una solenne preghiera ecumenica. Alla cerimonia, seguita da moltissimi fedeli che hanno riempito le navate dell’antica chiesa gotica, hanno assistito tra gli altri la Merkel e il presidente della Germania federale Kohler. Anche il Papa è vicino alla «sua» Germania in questa storica giornata. La commemorazione della caduta del Muro, ha dichiarato ieri il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, «è vissuta con intensità da Benedetto XVI» che avrà occasione di ricordare «questo evento fondamentale nella storia del suo Paese» ricevendo il prossimo 5 dicembre il presidente della Repubblica federale tedesca. La rievocazione più simbolica e commovente è quella che si è tenuta ieri pomeriggio. La scena è semplice e suggestiva: Angela Merkel attraversa l’ex passaggio di frontiera della Bornholmer Strasse, il primo varco aperto nel Muro, insieme con Walesa, Gorbaciov ed alcuni ex dissidenti della Ddr. Proprio qui, sullo storico ponte di Boesebruecke sormontato da arcate di ferro, la ragazza dell’Est che sarebbe diventata Cancelliere della Germania unita entrò a Berlino Ovest. Oggi ripete il percorso con una passeggiata trionfale, quasi nascosta sotto un tappeto d’ombrelli, tra due ali di folla visibilmente felice ed emozionata che le si stringe attorno con affetto. Qualcuno grida «Wir sind das Volk!», (Noi siamo il popolo!), lo slogan che risuonava sulle piazze della Ddr vent’anni fa e mise in moto una rivoluzione pacifica e vincente, la prima in assoluto di tutta la storia tedesca. «In questo luogo si è realizzato un sogno che non sarebbe stato possibile senza il coraggio del popolo della Ddr» dice Angela Merkel che ringrazia tutti ma soprattutto Walesa e Gorbaciov, ricordando l’impulso decisivo venuto dalla Polonia di Solidarnosc ed il ruolo giocato dalla perestrojka. Ruolo che Walesa non riconosce. E si dice anzi «rattristato» perché oggi «vengono considerati eroi coloro che non lo sono stati», afferma riferendosi a Gorbaciov. «Oggi è un giorno di festa non solo per la Germania ma per tutta l’Europa» ci tiene a sottolineare la Merkel. In ogni caso «il processo di riunificazione della Germania è ancora incompleto e c’è ancora della strada da fare per cancellare le differenze tra l’Est e l’Ovest», è il monito lanciato dalla signora cancelliere in un’intervista alla Ard , la prima rete pubblica della tv tedesca. Nell’ex Ddr «sono sorti molti paesaggi fioriti», riconosce la Merkel citando la famosa frase di Kohl, ma «all’Est la disoccupazione è il doppio di quella dell’Ovest». E quindi, conclude, «è necessario mantenere il contributo di solidarietà del 5 %», prelevato dalla busta paga dei tedeschi occidentali. La Germania è in festa ma non senza qualche sacrificio.
Dal nostro inviato a Berlino Luigi Geninazzi (Avvenire)
Il Muro è caduto di nuovosotto la pioggia di Berlino
Davanti alla Porta di Brandeburgo, in un tripudio di luci colorate e di musiche maestose, il Muro ieri sera è crollato una seconda volta. Non il tetro blocco di cemento che separava un tempo le due Germanie ma una barriera variopinta di mille tessere in formato gigante, allineate lungo lo stesso tracciato. Cadono con effetto domino sotto il colpo ben assestato da Lech Walesa, il primo ad abbattere il simbolico Muro che va dal Reichstag a Potsdamer Platz, nel cuore di Berlino. All’estremità opposta della barriera di polistirolo il gesto viene ripetuto dal presidente della Commissione europea, Manuel Barroso. È il momento culminante delle celebrazioni per ricordare la notte magica del 9 novembre di vent’anni fa che innescò cambiamenti a catena nei regimi comunisti. È l’allegoria perfetta di un lungo cammino, da Solidarnosc alla nuova Unione europea. E’ la «Festa della libertà» che la Germania riunificata celebra nel segno della più vasta unità del continente, alla presenza di decine di capi di Stato e di governo provenienti da tutto il mondo. Ci sono i leader di tutti i Paesi della Ue, per l’Italia c’è il presidente del Consiglio Berlusconi. Ci sono l’ex presidente sovietico Gorbaciov ed il presidente russo Medvedev. Non c’è Obama (che ha inviato qui il Segretario di Stato Hillary Clinton) ma il presidente americano si è fatto vivo sui maxischermi con un videomessaggio. Il grande assente è l’artefice della riunificazione Helmut Kohl, molto malato. Niente parate militari, niente sfoggio di potenza. È un’autentica festa di popolo. Sono arrivati in centinaia di migliaia da tutta la Germania e adesso sono qui, incuranti della pioggia battente, per ricordare «l’evento più gioioso della nostra storia», dice Angela Merkel, la “cancelliera” venuta dal- l’Est che ha ricordato: «Quello fu il giorno più felice della mia vita». E non ha voluto dimenticare l’altro 9 novembre,quello del 1938, divenuto tristemente famoso come la notte dei Cristalli (violenti attacchi contro gli ebrei). Parlano i rappresentanti delle vecchie potenze vincitrici della guerra. «Siamo tutti berlinesi» dice Sarkozy in tedesco. «We are one», siamo una cosa sola, è il canto finale che s’eleva sotto un cielo solcato dai fuochi d’artificio, tra gli applausi della folla. Il giorno più lungo di questi vent’anni di Germania riunificata era iniziato con un gesto religioso di ringraziamento. Ieri mattina, nella chiesa del Getsemani dove nelle settimane precedenti la caduta del Muro si riuniva l’opposizione democratica guidata dai pastori evangelici, si è tenuta una solenne preghiera ecumenica. Alla cerimonia, seguita da moltissimi fedeli che hanno riempito le navate dell’antica chiesa gotica, hanno assistito tra gli altri la Merkel e il presidente della Germania federale Kohler. Anche il Papa è vicino alla «sua» Germania in questa storica giornata. La commemorazione della caduta del Muro, ha dichiarato ieri il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, «è vissuta con intensità da Benedetto XVI» che avrà occasione di ricordare «questo evento fondamentale nella storia del suo Paese» ricevendo il prossimo 5 dicembre il presidente della Repubblica federale tedesca. La rievocazione più simbolica e commovente è quella che si è tenuta ieri pomeriggio. La scena è semplice e suggestiva: Angela Merkel attraversa l’ex passaggio di frontiera della Bornholmer Strasse, il primo varco aperto nel Muro, insieme con Walesa, Gorbaciov ed alcuni ex dissidenti della Ddr. Proprio qui, sullo storico ponte di Boesebruecke sormontato da arcate di ferro, la ragazza dell’Est che sarebbe diventata Cancelliere della Germania unita entrò a Berlino Ovest. Oggi ripete il percorso con una passeggiata trionfale, quasi nascosta sotto un tappeto d’ombrelli, tra due ali di folla visibilmente felice ed emozionata che le si stringe attorno con affetto. Qualcuno grida «Wir sind das Volk!», (Noi siamo il popolo!), lo slogan che risuonava sulle piazze della Ddr vent’anni fa e mise in moto una rivoluzione pacifica e vincente, la prima in assoluto di tutta la storia tedesca. «In questo luogo si è realizzato un sogno che non sarebbe stato possibile senza il coraggio del popolo della Ddr» dice Angela Merkel che ringrazia tutti ma soprattutto Walesa e Gorbaciov, ricordando l’impulso decisivo venuto dalla Polonia di Solidarnosc ed il ruolo giocato dalla perestrojka. Ruolo che Walesa non riconosce. E si dice anzi «rattristato» perché oggi «vengono considerati eroi coloro che non lo sono stati», afferma riferendosi a Gorbaciov. «Oggi è un giorno di festa non solo per la Germania ma per tutta l’Europa» ci tiene a sottolineare la Merkel. In ogni caso «il processo di riunificazione della Germania è ancora incompleto e c’è ancora della strada da fare per cancellare le differenze tra l’Est e l’Ovest», è il monito lanciato dalla signora cancelliere in un’intervista alla Ard , la prima rete pubblica della tv tedesca. Nell’ex Ddr «sono sorti molti paesaggi fioriti», riconosce la Merkel citando la famosa frase di Kohl, ma «all’Est la disoccupazione è il doppio di quella dell’Ovest». E quindi, conclude, «è necessario mantenere il contributo di solidarietà del 5 %», prelevato dalla busta paga dei tedeschi occidentali. La Germania è in festa ma non senza qualche sacrificio.
Dal nostro inviato a Berlino Luigi Geninazzi (Avvenire)
mercoledì 2 settembre 2009
Nel Ragusano sbarco di 15 clandestini, in nove sono stati bloccati

Continuano gli sbarchi in Sicilia
Sono stati tratti in salvo dalle motovedette maltesi i 96 extracomunitari che ieri sera avevano lanciato un sos dal Canale di Sicilia. L'imbarcazione su cui si trovavano è stata localizzata a 75 miglia a sud-est di Lampedusa, in acque di competenza maltese per quanto riguarda le operazioni di ricerca e soccorso. Gli extracomunitari, tra i quali numerose donne e bambini, erano alla deriva su un gommone con il motore in avaria e sono stati portati al porto de La Valletta. La chiamata era partita dal telefono satellitare di uno degli uomini a bordo, che era riuscito a contattare un parente in un centro di detenzione a Malta il quale, a sua volta, aveva allertato i soccorsi. Ma intanto nel Canale di Sicilia le condizioni meteo continuano a peggiorare, con mare Forza 5, e, a quanto risulta dalle chiamate di soccorso che continuano ad arrivare, ci sarebbero altre imbarcazioni in difficoltà nella stessa area. Sempre la notte scorsa 15 migranti sono sbarcati sulla costa meridionale della Sicilia, vicino Punta Braccetto, tra Marina di Ragusa e Scicli. I nove che sono stati rintracciati e bloccati hanno raccontato di essere stati scaricati da un gommone a poche decine di metri dalla riva, e tre di loro sono stati ricoverati in ospedale, nessuno in gravi condizioni. Continuano intanto le ricerche per trovare i sei che mancano all'appello.
Sono stati tratti in salvo dalle motovedette maltesi i 96 extracomunitari che ieri sera avevano lanciato un sos dal Canale di Sicilia. L'imbarcazione su cui si trovavano è stata localizzata a 75 miglia a sud-est di Lampedusa, in acque di competenza maltese per quanto riguarda le operazioni di ricerca e soccorso. Gli extracomunitari, tra i quali numerose donne e bambini, erano alla deriva su un gommone con il motore in avaria e sono stati portati al porto de La Valletta. La chiamata era partita dal telefono satellitare di uno degli uomini a bordo, che era riuscito a contattare un parente in un centro di detenzione a Malta il quale, a sua volta, aveva allertato i soccorsi. Ma intanto nel Canale di Sicilia le condizioni meteo continuano a peggiorare, con mare Forza 5, e, a quanto risulta dalle chiamate di soccorso che continuano ad arrivare, ci sarebbero altre imbarcazioni in difficoltà nella stessa area. Sempre la notte scorsa 15 migranti sono sbarcati sulla costa meridionale della Sicilia, vicino Punta Braccetto, tra Marina di Ragusa e Scicli. I nove che sono stati rintracciati e bloccati hanno raccontato di essere stati scaricati da un gommone a poche decine di metri dalla riva, e tre di loro sono stati ricoverati in ospedale, nessuno in gravi condizioni. Continuano intanto le ricerche per trovare i sei che mancano all'appello.
Da: Repubblica, 2 Settembre 2009
lunedì 31 agosto 2009
Respinti in Libia 75 migranti

Respinti. Settantacinque immigrati di origine somala o comunque provenienti dal Corno d'Africa, tra i quali tre minori e 15 donne in attesa di asilo, salpati dalle coste libiche a bordo di un gommone, dopo giorni di navigazione nel Mediterraneo sono stati "accompagnati" da una motovedetta maltese verso un pattugliatore d'altura della Guardia di Finanza che a Capo Passero li attendeva per riportarli verso Tripoli. Il Cavaliere da Gheddafi. "Serve rigore", come ha detto Silvio Berlusconi a Tripoli per celebrare insieme al colonnello Gheddafi il primo anniversario del trattato di amicizia italo-libico e posare la prima pietra della nuova autostrada costiera simbolo del risarcimento italiano per i danni del colonialismo. "Un'impresa storica" come l'ha definita il presidente del Consiglio accolto dal leader libico davanti ad una gigantografia che li ritrae insieme mentre si stringono la mano. E nel cielo sono volate le Frecce Tricolori, esordio della pattuglia acrobatica nei cieli libici tanto criticato in Italia dopo la liberazione dell'attentatore di Lockerbie e l'accoglienza da eroe che Gheddafi gli ha tributato. Franceschini: "Berlusconi guardi i campi immigrati in Libia". Nell'agenda dell'incontro dei due leader, non poteva mancare la politica di contenimento dell'immigrazione clandestina verso l'Italia. "Serve rigore", ha detto il premier italiano. "Non si possono aprire i confini a chiunque. Se vogliamo davvero procedere a una politica vera di integrazione, dobbiamo essere rigorosi". Parole che hanno acceso la replica dura dell'opposizione. "Silvio Berlusconi - ha detto il segretario del Pd Dario Franceschini - anzichè
OAS_RICH('Middle'); guardare la pattuglia acrobatica, farebbe bene a controllare come la Libia riceve gli immigrati". Gli immigrati. Uno dei 75 immigrati, un ragazzo somalo con una sospetta frattura alle costole, è stato trasferito a Pozzallo (Ragusa) e da lì al pronto soccorso di Modica, dove i medici gli hanno diagnosticato semplici contusioni. E' stato quindi riconsegnato alla polizia per essere accompagnato nel centro di prima accoglienza di Pozzallo. Altri quattro migranti, tra i quali una donna ed un neonato, erano stati già soccorsi dalle motovedette maltesi e trasferiti nell'ospedale della Valletta. Tutti gli altri passeggeri del gommone respinto sono stati trasbordati su un pattugliatore d'altura della Guardia di Finanza che ha fatto rotta su Tripoli. Secondo le prime informazioni gli extracomunitari sarebbero in maggioranza somali o comunque provenienti dal Corno d'Africa, dunque nelle condizioni di fare richiesta d'asilo. Mille respinti in 4 mesi. Dal 6 maggio - giorno del primo respingimento - fino a oggi sono oltre un migliaio gli immigrati che sono stati riportati a Tripoli. Secondo statistiche ministeriali, solo poco più di 700 extracomunitari sono sbarcati sulle coste siciliane contro gli oltre 13mila approdati nello stesso periodo dell'anno scorso. Rapporti tesi tra Malta e Italia. E' la terza volta, nel giro di dieci giorni, che la Marina maltese aggancia imbarcazioni cariche di migranti, e che rifornisce le persone a bordo di carburante, cibo e giubbotti di salvataggio prima di scortarli fino al confine con le nostre acque territoriali. Una politica destinata a inasprire il già difficile rapporto diplomatico tra i due Paesi reso incandescente nei giorni scorsi dopo la tragedia dei 73 somali ed eritrei finiti sul fondo del mare da un gommone "soccorso" qualche ora prima da una imbarcazione militare di Malta. Il peschereccio scomparso. Intanto non si hanno ancora notizie del peschereccio con circa 150 extracomunitari che sarebbe partito alcuni giorni fa dalle coste libiche. L'allarme è stato lanciato da un immigrato somalo rinchiuso nel centro di detenzione di Safi a Malta, che venerdì scorso ha ricevuto una telefonata. Le autorità maltesi hanno detto di non avere intercettato fino ad ora sui radar l'imbarcazione.
OAS_RICH('Middle'); guardare la pattuglia acrobatica, farebbe bene a controllare come la Libia riceve gli immigrati". Gli immigrati. Uno dei 75 immigrati, un ragazzo somalo con una sospetta frattura alle costole, è stato trasferito a Pozzallo (Ragusa) e da lì al pronto soccorso di Modica, dove i medici gli hanno diagnosticato semplici contusioni. E' stato quindi riconsegnato alla polizia per essere accompagnato nel centro di prima accoglienza di Pozzallo. Altri quattro migranti, tra i quali una donna ed un neonato, erano stati già soccorsi dalle motovedette maltesi e trasferiti nell'ospedale della Valletta. Tutti gli altri passeggeri del gommone respinto sono stati trasbordati su un pattugliatore d'altura della Guardia di Finanza che ha fatto rotta su Tripoli. Secondo le prime informazioni gli extracomunitari sarebbero in maggioranza somali o comunque provenienti dal Corno d'Africa, dunque nelle condizioni di fare richiesta d'asilo. Mille respinti in 4 mesi. Dal 6 maggio - giorno del primo respingimento - fino a oggi sono oltre un migliaio gli immigrati che sono stati riportati a Tripoli. Secondo statistiche ministeriali, solo poco più di 700 extracomunitari sono sbarcati sulle coste siciliane contro gli oltre 13mila approdati nello stesso periodo dell'anno scorso. Rapporti tesi tra Malta e Italia. E' la terza volta, nel giro di dieci giorni, che la Marina maltese aggancia imbarcazioni cariche di migranti, e che rifornisce le persone a bordo di carburante, cibo e giubbotti di salvataggio prima di scortarli fino al confine con le nostre acque territoriali. Una politica destinata a inasprire il già difficile rapporto diplomatico tra i due Paesi reso incandescente nei giorni scorsi dopo la tragedia dei 73 somali ed eritrei finiti sul fondo del mare da un gommone "soccorso" qualche ora prima da una imbarcazione militare di Malta. Il peschereccio scomparso. Intanto non si hanno ancora notizie del peschereccio con circa 150 extracomunitari che sarebbe partito alcuni giorni fa dalle coste libiche. L'allarme è stato lanciato da un immigrato somalo rinchiuso nel centro di detenzione di Safi a Malta, che venerdì scorso ha ricevuto una telefonata. Le autorità maltesi hanno detto di non avere intercettato fino ad ora sui radar l'imbarcazione.
Da: Repubblica, 31 Agosto 2009
mercoledì 26 agosto 2009
Migranti e irregolari, il dovere dell'accoglienza
Continuano, univoche, le prese di posizione delle gerarchie ecclesiastiche, riguardo al dramma dei nuovi "boat people" del Mediterraneo. Ieri l’arcivescovo Antonio Maria Vegliò, presidente del pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, ha replicato, pacatamente ma fermamente, al ministro leghista Roberto Calderoli, il quale il 22 agosto aveva insinuato che il presule avesse pronunciato parole che «non sono quelle del Vaticano e della Cei». «Vorrei asserire – ha affermato Vegliò in una nota scritta diffusa dalle agenzie stampa – che come capo dicastero ho il grande onore di fare dichiarazioni a nome della Santa Sede; mai sono stato contraddetto dalla Santa Sede; mai sono stato contraddetto dalla Conferenza episcopale italiana». «Forse il signor ministro – prosegue Vegliò – aveva in mente altre situazioni o si riferiva a qualcun altro. È poi inaccettabile e offensivo quanto viene riportato più avanti nella dichiarazione del ministro, quasi che io sia responsabile della morte di tanti poveri esseri umani, inghiottiti dalle acque del Mediterraneo. La mia dichiarazione partiva solo da un fatto concreto, tragico: la morte di tante persone, senza accusa – conclude – ma chiamando tutti alla propria responsabilità». Le critiche di Calderoli - che ieri ha sbrigativamente replicato a Vegliò non facendo minimamente tesoro delle precisazioni del presule - riguardavano una intervista rilasciata alla Radiovaticana di sabato scorso in cui il "ministro" vaticano - commentando l’ennesima tragedia della migrazione, avvenuta nel Canale di Sicilia - aveva ricordato che «ogni migrante è una persona umana» che «possiede diritti fondamentali inalienabili» da rispettare «in ogni situazione». «Quindi – aveva aggiunto Vegliò – se da una parte è importante sorvegliare tratti di mare e prendere iniziative umanitarie, è legittimo il diritto degli Stati a gestire e regolare le migrazioni. C’è tuttavia un diritto umano ad essere accolti e soccorsi. Ciò si accentua in situazioni di estrema necessità, come per esempio l’essere in balia delle onde del mare. Per centinaia di anni i Capitani delle navi non sono mai venuti meno al principio fondamentale del diritto del mare, che prevede si debbano sempre soccorrere i naufraghi che si incontrano».Sempre ieri è stato rilanciato un articolo che il segretario del dicastero vaticano per i migranti, l’arcivescovo Agostino Marchetto, ha scritto per la rivista americana online "Jurist" che l’ha mandata in rete lo scorso 14 agosto. In essa il presule rileva come la nuova legge italiana sull’immigrazione, che ha «ristretto le norme legate all’immigrazione irregolare e ha trasformato la migrazione irregolare in un reato penale», rappresenta «un peccato originale» nella legislazione sull’immigrazione.Intanto l’altro ieri il vescovo di Pinerolo Piergiorgio Debernardi nel suo saluto al Sinodo valdese e metodista ha sottolineato come «soprattutto ci unisce la preoccupazione per le gravi misure adottate dal nostro governo contro gli stranieri, con il pretesto di dare più sicurezza agli italiani». Sempre lunedì l’arcivescovo di Lecce Domenico D’Ambrosio, al termine della processione dei santi protettori Oronzo, Fortunato e Giusto ha sottolineato come «il nostro Salento è terra di confine che sa aprirsi alle povertà dei profughi, dei maledetti da una storia spesso matrigna».Sul dramma dei migranti respinti in mare ha parlato poi, ieri, anche il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe. Nel corso della trasmissione Radio anch’io, il porporato ha detto: «Il problema fondamentale è che non si può rimanere sordi e ciechi, di fronte a queste tragedie umanitarie, come se niente fosse. Non si può non reagire». Per quanto riguarda poi la posizione delle gerarchie cattoliche, Sepe sottolinea che «la Chiesa ha sempre parlato con molta chiarezza, dal magistero del Papa ai vescovi: si tratta di difendere principi che fanno parte della dottrina cattolica e che si riflettono direttamente sulla dignità umana. Ogni migrante è una persona umana e in quanto tale possiede diritti fondamentali che sono inalienabili e che tutti devono rispettare. La Chiesa è sempre stata chiara e conseguente su questo punto».
Gianni Cardinale in: Avvenire
Gianni Cardinale in: Avvenire
domenica 2 agosto 2009
Aborto chimico, Bagnasco:«Tristezza e preoccupazione»
Una notizia preoccupante. E una deriva di civiltà, in cui a prevalere è la libertà individuale che si pretende assoluta. Il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, commenta così la decisione dell'Aifa di autorizzare la pillola abortiva nel nostro Paese. Domenica l'intervista integrale su Avvenire.
L'INTERVISTA a Eugenia Roccella
IL DOSSIER ignorato dall'Aifa:
LA SCHEDA: ecco cos'è la pillola abortiva
In: Avvenire - 2 Agosto 2009
L'INTERVISTA a Eugenia Roccella
IL DOSSIER ignorato dall'Aifa:
LA SCHEDA: ecco cos'è la pillola abortiva
In: Avvenire - 2 Agosto 2009
lunedì 27 luglio 2009
Carceri sovraffollate,è allarme suicidi
EMERGENZA DETENUTI
Aziz, 34enne marocchino, è stato il primo: si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella del carcere di Spoleto sabato 3 gennaio 2009. Poi è stata la volta di un 37enne croato nel carcere di Poggioreale e, pochi giorni dopo, è stato un sessantenne italiano a togliersi la vita nel carcere di Sollicciano, in provincia di Firenze. M.B. era dietro le sbarre da undici anni e si è ucciso impiccandosi, mentre si trovava all’interno del centro clinico del carcere per problemi di ordine psichico.E ancora Mohamed, Jed, Marcello, Francesco. Un elenco lungo 38 nomi. Tante sono le persone che, nei primi sette mesi del 2009, si sono tolte la vita all’interno delle carceri italiane. E siamo già pericolosamente vicini ai numeri registrati durante l’arco dell’interno 2008. «Lo scorso anno abbiamo registrato 42 suicidi e, complessivamente, 121 decessi dietro le sbarre», spiega Francesco Morelli, curatore del dossier “Morire di carcere” realizzato dal Centro documentazione del carcere Due Palazzi di Padova. Un documento che, a partire dal 2000, registra puntualmente i numeri e le storie di quanti muoiono dietro le sbarre raccogliendole dalla stampa locale o attraverso le testimonianze degli operatori che lavorano in carcere. Dati non ufficiali ma che, a fine anno, coincidono quasi perfettamente con quelli pubblicati dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria (Dap). Ma il timore è che le condizioni di detenzione, il caldo, il sovraffollamento possano portare a un’impennata degli atti auto-lesionistici. E che il drammatico picco di 69 suicidi registrato nel 2001 possa essere superato entro la fine di dicembre. Una situazione allarmante, che si spiega solo in parte con l’aumento del numero di detenuti (al 20 luglio è stata superata quota 63mila presenze in carcere, 20mila in più rispetto alla capienza regolamentare, ndr). «A confronto allo scorso anno la popolazione carceraria è aumentata di 10mila unità – spiega Morelli – di conseguenza avrebbe dovuto esserci un aumento del 20% circa dei suicidi. Invece l’incremento è quasi del 50% a causa del progressivo deterioramento delle condizioni di detenzione».Queste drammatiche vicende infatti si inseriscono in un quadro di generalizzata sofferenza del sistema penitenziario italiano. Un mondo in cui il 52,2% dei detenuti si trova dietro le sbarre in custodia cautelare e, tra i condannati, circa 9mila persone devono scontare pene inferiori a un anno. Un sistema nel quale, denunciano gli autori del rapporto «metà dei carcerati è affetto da epatite, il 30% è tossicodipendente, il 10% malato di mente e il 5% ha l’Hiv».Malati mentali, tossicodipendenti, cittadini extracomunitari, persone provenienti dall’area del disagio sociale: negli istituti di pena c’è un’alta concentrazione di gruppi vulnerabili al rischio suicidario. «Si tratta di persone che, anche quando si trovano all’esterno, sono a rischio emarginazione – spiega la psicologa Laura Baccaro –. In carcere faticano ancora più degli altri a sopportare la condizione di detenuti». Per usare un termine tecnico, si tratta di persone che hanno meno “fattori di resilienza”: ovvero capacità e risorse personali che permettono di sopravvivere anche in condizioni molto difficili. «Si tratta di fattori legati alla cultura personale – spiega ancora Baccaro – ma anche l’ironia, in queste situazioni può aiutare. Un grande ausilio potrebbe venire dalla famiglia che, però, è assente o lontana».Numeri che si inseriscono in un contesto allarmante: dal 1980 al 2007 infatti sono stati 1.364 i detenuti che si sono tolti la vita in carcere. Dietro le sbarre, ogni anno, si registra un suicidio ogni 924 detenuti (uno ogni 283 in regime di 41 bis), con una frequenza 21 volte superiore rispetto al resto della società.
Da: Avvenire, 27-07-2009
Aziz, 34enne marocchino, è stato il primo: si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella del carcere di Spoleto sabato 3 gennaio 2009. Poi è stata la volta di un 37enne croato nel carcere di Poggioreale e, pochi giorni dopo, è stato un sessantenne italiano a togliersi la vita nel carcere di Sollicciano, in provincia di Firenze. M.B. era dietro le sbarre da undici anni e si è ucciso impiccandosi, mentre si trovava all’interno del centro clinico del carcere per problemi di ordine psichico.E ancora Mohamed, Jed, Marcello, Francesco. Un elenco lungo 38 nomi. Tante sono le persone che, nei primi sette mesi del 2009, si sono tolte la vita all’interno delle carceri italiane. E siamo già pericolosamente vicini ai numeri registrati durante l’arco dell’interno 2008. «Lo scorso anno abbiamo registrato 42 suicidi e, complessivamente, 121 decessi dietro le sbarre», spiega Francesco Morelli, curatore del dossier “Morire di carcere” realizzato dal Centro documentazione del carcere Due Palazzi di Padova. Un documento che, a partire dal 2000, registra puntualmente i numeri e le storie di quanti muoiono dietro le sbarre raccogliendole dalla stampa locale o attraverso le testimonianze degli operatori che lavorano in carcere. Dati non ufficiali ma che, a fine anno, coincidono quasi perfettamente con quelli pubblicati dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria (Dap). Ma il timore è che le condizioni di detenzione, il caldo, il sovraffollamento possano portare a un’impennata degli atti auto-lesionistici. E che il drammatico picco di 69 suicidi registrato nel 2001 possa essere superato entro la fine di dicembre. Una situazione allarmante, che si spiega solo in parte con l’aumento del numero di detenuti (al 20 luglio è stata superata quota 63mila presenze in carcere, 20mila in più rispetto alla capienza regolamentare, ndr). «A confronto allo scorso anno la popolazione carceraria è aumentata di 10mila unità – spiega Morelli – di conseguenza avrebbe dovuto esserci un aumento del 20% circa dei suicidi. Invece l’incremento è quasi del 50% a causa del progressivo deterioramento delle condizioni di detenzione».Queste drammatiche vicende infatti si inseriscono in un quadro di generalizzata sofferenza del sistema penitenziario italiano. Un mondo in cui il 52,2% dei detenuti si trova dietro le sbarre in custodia cautelare e, tra i condannati, circa 9mila persone devono scontare pene inferiori a un anno. Un sistema nel quale, denunciano gli autori del rapporto «metà dei carcerati è affetto da epatite, il 30% è tossicodipendente, il 10% malato di mente e il 5% ha l’Hiv».Malati mentali, tossicodipendenti, cittadini extracomunitari, persone provenienti dall’area del disagio sociale: negli istituti di pena c’è un’alta concentrazione di gruppi vulnerabili al rischio suicidario. «Si tratta di persone che, anche quando si trovano all’esterno, sono a rischio emarginazione – spiega la psicologa Laura Baccaro –. In carcere faticano ancora più degli altri a sopportare la condizione di detenuti». Per usare un termine tecnico, si tratta di persone che hanno meno “fattori di resilienza”: ovvero capacità e risorse personali che permettono di sopravvivere anche in condizioni molto difficili. «Si tratta di fattori legati alla cultura personale – spiega ancora Baccaro – ma anche l’ironia, in queste situazioni può aiutare. Un grande ausilio potrebbe venire dalla famiglia che, però, è assente o lontana».Numeri che si inseriscono in un contesto allarmante: dal 1980 al 2007 infatti sono stati 1.364 i detenuti che si sono tolti la vita in carcere. Dietro le sbarre, ogni anno, si registra un suicidio ogni 924 detenuti (uno ogni 283 in regime di 41 bis), con una frequenza 21 volte superiore rispetto al resto della società.
Da: Avvenire, 27-07-2009
martedì 7 luglio 2009
La nuova Enciclica del Papa
Carità e Verità sono i «due termini che hanno segnato il magistero in questi anni di pontificato» e non è quindi un caso che la prima enciclica sociale di Benedetto XVI (la terza del suo pontificato) sia intitolata Caritatis in veritate. È quanto ha sottolineato il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, presentando la prima enciclica sociale di Benedetto XVI. Il punto di vista sintetico del documento è stato identificato da mons. Giampaolo Crepaldi nella frase «il ricevere precede il fare». Tra le novità il primato nella questione sociale dei diritti alla vita e alla libertà religiosa, e l'ampia trattazione del problema della tecnica.
Il testo integrale dell'enciclica
Il testo integrale dell'enciclica
domenica 5 luglio 2009
Il Papa scrive a Berlusconi: «Aiuti ai Paesi poveri»
VERSO IL G8
Lettera del Pontefice al premier in vista del G8: significativa la scelta del governo italiano della città dell'Aquila e potrebbe costituire un «invito alla mobilitazione solidale».
IL TESTO INTEGRALE
(Avvenire, 5 Luglio 2009)
Lettera del Pontefice al premier in vista del G8: significativa la scelta del governo italiano della città dell'Aquila e potrebbe costituire un «invito alla mobilitazione solidale».
IL TESTO INTEGRALE
(Avvenire, 5 Luglio 2009)
mercoledì 24 giugno 2009
I prezzi tornano a impennarsiE il mondo ha sempre più fame
Mentre gli occhi degli economisti e dei risparmiatori erano ancora puntati sulle banche, le materie prime hanno ripreso a correre. E non solo il petrolio. Dai minimi toccati a dicembre, le quotazioni di soia, mais e grano sono arrivate a salire anche del 50%. Siamo lontani dai record raggiunti nel 2008, ma i valori si sono comunque riportati ai livelli della fine del 2007, quando la crisi alimentare stava per scoppiare. Una tendenza che giustifica le preoccupazioni della Fao, secondo cui alla fine del 2008 i prezzi del cibo erano comunque più alti del 26% rispetto al 2006 e del 33% sul 2005. I rincari, combinati agli effetti della crisi economica, hanno fatto aumentare a oltre un miliardo il numero di persone nel mondo che rischia di soffrire la fame. Solo un anno fa il costo del pane o di un piatto di riso scatenava tumulti con decine di morti da Haiti al Bangladesh, dall’Egitto al Senegal. Poi vennero il terremoto finanziario, il crollo di Lehman Brothers, la 'gelata' del credito e il trasferimento della crisi all’economia reale, oggi attanagliata da una recessione di portata storica. Si sgonfiò la 'bolla' delle materie prime, facendo ipotizzare, manuali di economia alla mano, che i prezzi sarebbero scesi e che anche la fame, almeno per un po’, avrebbe dato tregua. Non è andata così. Nel frattempo sulle Borse mercantili le materie prime sono risalite, raggiungendo un livello di guardia che gli analisti osservano con attenzione. Vogliono capire se la tendenza al rialzo, chiusa la parentesi della recessione, diventerà 'strutturale'. Fra i motivi dei recenti rialzi non si possono escludere speculazioni. Gli attuali prezzi appaiono irrealistici, considerato che la ripresa dell’economia non è ancora dietro l’angolo e comunque sarà lenta e graduale. Si registra tuttavia un aumento della domanda da parte di mercati emergenti come la Cina, la cui economia sta ripartendo più rapidamente che altrove, e in generale di biocombustibili, la cui produzione, come è noto, sottrae terreno agricolo destinato al cibo. Un recente studio di Credit Suisse analizza proprio l’impatto di questi due fattori: l’indicazione è che nei prossimi cinque anni la domanda potrebbe risultare superiore all’offerta. I prezzi di conseguenza dovrebbero continuare a salire. In particolare, secondo gli analisti della banca elvetica, la recessione farà diminuire quest’anno la domanda complessiva di cibo e biocarburanti soltanto dell’1-2%. Sul medio periodo, invece, ossia nei prossimi cinque anni, la domanda dovrebbe aumentare a un ritmo compreso tra il 2,3% e il 2,6%. Si tratta, precisa lo studio, di una stima prudente. La sola richiesta di cibo, nel quinquennio, potrebbe crescere del 2,2%. A pesare sarà soprattutto la 'fame' dei Paesi emergenti. Sul fronte dell’offerta, a complicare la situazione è la peggiore crisi economica degli ultimi 60 anni, come ha rilevato anche la Fao. Nei prossimi 12 mesi, indica Credit Suisse, i raccolti saranno inferiori del 3-4%, principalmente a causa di problemi di finanziamento. Per il 2009 si stima una sensibile diminuzione delle superfici coltivate e dell’uso di fertilizzanti. Solo nel 'granaio' ucraino il governo parla di un crollo dell’offerta pari al 21%. In Brasile, a causa della stretta del credito, nel primo trimestre di quest’anno l’uso di fertilizzanti è calato del 24%. È così che la crisi, sommata ai prezzi già elevati dei generi alimentari, ha fatto salire a 1,02 miliardi il numero di persone affamate. Il direttore della Fao, Jacques Diouf ha ricordato che erano 963 milioni nel 2008 e meno di 850 nel 2007, prima dell’emergenza alimentare. La recessione al tempo stesso sembra avere messo a dura prova la generosità dei Paesi donatori, mettendo in difficoltà il Programma alimentare mondiale dell’Onu. Il Pam necessita di 6,4 miliardi di dollari in aiuti alimentari solo quest’anno, ma i contributi dei donatori sono ben al di sotto, a quota 1,5 miliardi la scorsa settimana. Come conseguenza, sono stati ridotti o tagliati alcuni progetti in Africa orientale e in Corea del Nord. In Ruanda, la razione giornaliera di cereali è stata portata da 420 a 320 grammi; stessa sorte potrebbe toccare a 3,5 milioni di vittime della siccità in Kenya; nell’Uganda settentrionale è stata sospesa la distribuzione di cibo a 600.000 persone; ridimensionate infine le operazioni previste in Etiopia. Intanto, l’India non ha ancora sbloccato le esportazioni di riso non basmati 'congelate' nel 2008 nel pieno della crisi alimentare. Attualmente solo limitati quantitativi sono concordati attraverso canali diplomatici con Paesi considerati 'amici'. Il governo di New Delhi sta valutando di far cadere il divieto. Se così fosse, il prezzo del riso sarebbe destinato a scendere, ma al tempo stesso 700 milioni di indiani rischierebbero di restarne privi.
Alessandro Bonini , in: Avvenire
Alessandro Bonini , in: Avvenire
sabato 6 giugno 2009
giovedì 4 giugno 2009
Tienanmen: vent'anni dopoin Cina cova la nuova protesta
3 Giugno 2009
ANNIVERSARIO
La Pechino di oggi sembra tutta un’altra cosa rispetto alla città che vide il massacro di Tienanmen 20 anni fa. Grattacieli e alberghi modernissimi in acciaio, alluminio e vetro hanno sostituito le grigie costruzioni in stile stalinista; biciclette e tricicli con cui i giovani trasportavano i morti e i feriti sanguinanti sono quasi scomparsi, rimpiazzati da auto di lusso, pullman e metropolitana superveloce. Il Paese è cambiato: rivendica il secondo posto nell’economia globale e se la crisi sta minando i successi degli ultimi due decenni, la Cina rimane comunque la speranza più forte per la ripresa mondiale. I giovani, a causa della censura e del silenzio del regime, non sanno nemmeno che cosa sia accaduto 20 anni fa; gli studenti di oggi studiano e lottano per vincere la concorrenza nella corsa a un posto di lavoro, e hanno dimenticato Tienanmen. Ma proprio questa Cina modernissima e internazionale, nel bene e nel male, è frutto di quel massacro. L’'accelerazione delle riforme', lanciata da Deng Xiaoping nel ’92, è stato il tentativo di far rinascere nella gente la stima per il Partito che aveva ucciso i loro figli. Il tentativo di rendere 'ricchi e gloriosi' i cinesi doveva servire da sedativo, così che il benessere cancellasse il ricordo di quella notte di sangue e il popolo tornasse a onorare l’imperatore garante di stabilità e consumismo. Deng e Jiang Zemin sono arrivati perfino a giustificare il massacro come «un male minore», il prezzo pagato per garantire la «stabilità» e raggiungere lo sviluppo che ne è seguito. Ma, all’indomani di Tienanmen, le adesioni al Partito sono crollate fino al 70% e la gente ha compreso che i 'liberatori' dall’invasione giapponese e i 'timonieri' dell’unità e delle riforme sono soltanto un’oligarchia che domina il popolo a proprio vantaggio. La disillusione verso il regime è andata crescendo. Mentre i leader attuali predicano la «società armoniosa », le dissonanze divengono insostenibili: il divario fra ricchi e poveri (un esercito di circa 900 milioni) ha raggiunto livelli da Terzo mondo; i segretari di Partito e i capi-villaggio depredano terre e case di contadini per rivenderle e operare speculazioni edilizie; i migranti che hanno fatto bella la Pechino delle Olimpiadi non hanno salario, né sanità, né istruzione per i propri figli; lo sviluppo selvaggio di questi 20 anni ha reso la Cina il Paese più inquinato della Terra, dove ogni anno muoiono 400mila persone per malattie respiratorie. La nazione di oggi è frutto di quanto il massacro ha fermato. Al Partito che aveva operato le 4 modernizzazioni economiche, i giovani chiedevano la 'quinta modernizzazione', la democrazia, senza di cui la società sarebbe stata ingoiata dalla corruzione e dall’ingiustizia. I continui scandali alimentari (il latte alla melamina), quelli finanziari che coinvolgono pezzi grossi del Partito (a Shanghai, Xiamen, Guangzhou...), quelli delle scuole del Sichuan, crollate nel terremoto come 'budini di tofu' uccidendo 8mila bambini, mostrano che la Cina di oggi è ancora più corrotta di quella dell’89 e continua a produrre massacri. Nonostante ciò, il governo di Pechino mette a tacere gli scandali, annacqua le sentenze e vieta alle vittime di cercare giustizia per vie legali. La Cina di oggi, senza democrazia né libertà di parola, è il frutto incompiuto del movimento di Tienanmen. Ma in questi 20 anni quel movimento si è diffuso in modo capillare, generando una società civile più consapevole: attivisti per i diritti umani, avvocati che difendono i poveri, giornalisti e internauti che diffondo l’informazione negata. La massa di operai sfruttati, di contadini defraudati, di famiglie avvelenate genera ogni giorno un fiume di petizioni, dimostrazioni e richieste che mettono in crisi la stessa capacità di governo del Partito. Secondo il ministero della Sicurezza, vi sono almeno 87mila «incidenti di massa» (scontri fra polizia e manifestanti) ogni anno; le cause di lavoro – per salari non pagati o licenziamenti – nel 2008 sono state un milione. Davanti alle richieste della società civile, il governo-Partito si trova, come ai tempi di Tienanmen, davanti a un crocevia: deve decidere se seguire un sentiero di dialogo e democrazia o la via della repressione. Nessuno degli attivisti cerca oggi di rovesciare il sistema o di condannare il Partito comunista: chiedono giustizia e dialogo all’interno della risicata cornice legale disponibile. Molti di coloro che sollecitano le riforme sono membri del Partito e personalità dell’intellighenzia statale. Eppure, la risposta del regime è la stessa di 20 anni fa: silenzio, arresti, divieti di associazione e di pubblicazione via Internet o sui giornali di riflessioni su scandali, corruzione e democrazia. Nessuno sa fin quando potrà durare questo contenimento fatto di controlli polizieschi e militari. Ma certo un confronto aperto sul massacro di 20 anni fa e il riconoscimento delle colpe aiuterebbe alla riconciliazione. Purtroppo, la Cina sembra dirigersi in modo pericolosissimo verso una ripetizione amplificata di quel massacro. Vale anche la pena mettere in luce il legame fra movimento democratico e libertà religiosa. Nei primi anni dopo l’89, il braccio di ferro fra i dissidenti e il Partito è rimasto troppe volte a livello di rivendicazione economica o di libertà individuale. Ma ormai in Cina si diffonde sempre più una cultura che mette al centro la persona e i suoi diritti inalienabili, rispettando il potere dello Stato, ma criticando la sua dittatura autoritaria. Ciò è avvenuto 'grazie' a Tienanmen: diversi dissidenti, espulsi o imprigionati, hanno avuto contatto con comunità cristiane. Personalità come Gao Zhisheng, Han Dongfang, Hu Jia hanno scoperto la fede quale base del valore assoluto della persona, fondamento della difesa dei diritti umani. Questo innesto fra impegno civile e libertà religiosa è uno dei frutti che fa più sperare per un futuro di giustizia.
Bernardo Cervellera, Avvenire
ANNIVERSARIO
La Pechino di oggi sembra tutta un’altra cosa rispetto alla città che vide il massacro di Tienanmen 20 anni fa. Grattacieli e alberghi modernissimi in acciaio, alluminio e vetro hanno sostituito le grigie costruzioni in stile stalinista; biciclette e tricicli con cui i giovani trasportavano i morti e i feriti sanguinanti sono quasi scomparsi, rimpiazzati da auto di lusso, pullman e metropolitana superveloce. Il Paese è cambiato: rivendica il secondo posto nell’economia globale e se la crisi sta minando i successi degli ultimi due decenni, la Cina rimane comunque la speranza più forte per la ripresa mondiale. I giovani, a causa della censura e del silenzio del regime, non sanno nemmeno che cosa sia accaduto 20 anni fa; gli studenti di oggi studiano e lottano per vincere la concorrenza nella corsa a un posto di lavoro, e hanno dimenticato Tienanmen. Ma proprio questa Cina modernissima e internazionale, nel bene e nel male, è frutto di quel massacro. L’'accelerazione delle riforme', lanciata da Deng Xiaoping nel ’92, è stato il tentativo di far rinascere nella gente la stima per il Partito che aveva ucciso i loro figli. Il tentativo di rendere 'ricchi e gloriosi' i cinesi doveva servire da sedativo, così che il benessere cancellasse il ricordo di quella notte di sangue e il popolo tornasse a onorare l’imperatore garante di stabilità e consumismo. Deng e Jiang Zemin sono arrivati perfino a giustificare il massacro come «un male minore», il prezzo pagato per garantire la «stabilità» e raggiungere lo sviluppo che ne è seguito. Ma, all’indomani di Tienanmen, le adesioni al Partito sono crollate fino al 70% e la gente ha compreso che i 'liberatori' dall’invasione giapponese e i 'timonieri' dell’unità e delle riforme sono soltanto un’oligarchia che domina il popolo a proprio vantaggio. La disillusione verso il regime è andata crescendo. Mentre i leader attuali predicano la «società armoniosa », le dissonanze divengono insostenibili: il divario fra ricchi e poveri (un esercito di circa 900 milioni) ha raggiunto livelli da Terzo mondo; i segretari di Partito e i capi-villaggio depredano terre e case di contadini per rivenderle e operare speculazioni edilizie; i migranti che hanno fatto bella la Pechino delle Olimpiadi non hanno salario, né sanità, né istruzione per i propri figli; lo sviluppo selvaggio di questi 20 anni ha reso la Cina il Paese più inquinato della Terra, dove ogni anno muoiono 400mila persone per malattie respiratorie. La nazione di oggi è frutto di quanto il massacro ha fermato. Al Partito che aveva operato le 4 modernizzazioni economiche, i giovani chiedevano la 'quinta modernizzazione', la democrazia, senza di cui la società sarebbe stata ingoiata dalla corruzione e dall’ingiustizia. I continui scandali alimentari (il latte alla melamina), quelli finanziari che coinvolgono pezzi grossi del Partito (a Shanghai, Xiamen, Guangzhou...), quelli delle scuole del Sichuan, crollate nel terremoto come 'budini di tofu' uccidendo 8mila bambini, mostrano che la Cina di oggi è ancora più corrotta di quella dell’89 e continua a produrre massacri. Nonostante ciò, il governo di Pechino mette a tacere gli scandali, annacqua le sentenze e vieta alle vittime di cercare giustizia per vie legali. La Cina di oggi, senza democrazia né libertà di parola, è il frutto incompiuto del movimento di Tienanmen. Ma in questi 20 anni quel movimento si è diffuso in modo capillare, generando una società civile più consapevole: attivisti per i diritti umani, avvocati che difendono i poveri, giornalisti e internauti che diffondo l’informazione negata. La massa di operai sfruttati, di contadini defraudati, di famiglie avvelenate genera ogni giorno un fiume di petizioni, dimostrazioni e richieste che mettono in crisi la stessa capacità di governo del Partito. Secondo il ministero della Sicurezza, vi sono almeno 87mila «incidenti di massa» (scontri fra polizia e manifestanti) ogni anno; le cause di lavoro – per salari non pagati o licenziamenti – nel 2008 sono state un milione. Davanti alle richieste della società civile, il governo-Partito si trova, come ai tempi di Tienanmen, davanti a un crocevia: deve decidere se seguire un sentiero di dialogo e democrazia o la via della repressione. Nessuno degli attivisti cerca oggi di rovesciare il sistema o di condannare il Partito comunista: chiedono giustizia e dialogo all’interno della risicata cornice legale disponibile. Molti di coloro che sollecitano le riforme sono membri del Partito e personalità dell’intellighenzia statale. Eppure, la risposta del regime è la stessa di 20 anni fa: silenzio, arresti, divieti di associazione e di pubblicazione via Internet o sui giornali di riflessioni su scandali, corruzione e democrazia. Nessuno sa fin quando potrà durare questo contenimento fatto di controlli polizieschi e militari. Ma certo un confronto aperto sul massacro di 20 anni fa e il riconoscimento delle colpe aiuterebbe alla riconciliazione. Purtroppo, la Cina sembra dirigersi in modo pericolosissimo verso una ripetizione amplificata di quel massacro. Vale anche la pena mettere in luce il legame fra movimento democratico e libertà religiosa. Nei primi anni dopo l’89, il braccio di ferro fra i dissidenti e il Partito è rimasto troppe volte a livello di rivendicazione economica o di libertà individuale. Ma ormai in Cina si diffonde sempre più una cultura che mette al centro la persona e i suoi diritti inalienabili, rispettando il potere dello Stato, ma criticando la sua dittatura autoritaria. Ciò è avvenuto 'grazie' a Tienanmen: diversi dissidenti, espulsi o imprigionati, hanno avuto contatto con comunità cristiane. Personalità come Gao Zhisheng, Han Dongfang, Hu Jia hanno scoperto la fede quale base del valore assoluto della persona, fondamento della difesa dei diritti umani. Questo innesto fra impegno civile e libertà religiosa è uno dei frutti che fa più sperare per un futuro di giustizia.
Bernardo Cervellera, Avvenire
venerdì 29 maggio 2009
L’Onu: oltre 50 milioni di disoccupati a causa della crisi
Le Nazioni Unite ritengono che nel biennio 2009-2010 la contrazione dell'economia globale provocherà nel mondo 50 milioni di nuovi disoccupati. Tale cifra può anche raddoppiare se la situazione peggiorerà e se l'uscita dalla crisi dovesse avere tempi più lunghi di quelli attualmente stimati. Il dato è contenuto nel rapporto sull'economia globale presentato ieri al Palazzo di Vetro di New York. Gli esperti delle Nazioni Unite sottolineano inoltre che la crisi finanziaria ed economica, nata nei Paesi più ricchi del pianeta, ha colpito in maniera sproporzionata l'economia reale di quelli in via di sviluppo. Lo studio prevede per il 2009 una contrazione del 2,6 per cento dell'economia mondiale. La valutazione è oltre cinque volte maggiore di quella indicata dalle stime precedenti diffuse a gennaio che parlavano dello 0,5 per cento. Nel documento si sottolinea, poi, che la situazione è critica nel settore del commercio mondiale, sceso nei primi tre mesi del 2009 con un tasso annuale del 40%. Si può ipotizzare una contrazione dell'11% a fine anno. Una simile perdita sarebbe la più grave dagli anni Trenta. Sulla questione del commercio mondiale è intervenuto oggi anche il primo ministro britannico Gordon Brown in un articolo pubblicato dal "Wall Street Journal", nel quale chiede un'azione urgente contro il protezionismo e le barriere doganali. Secondo Brown, le economie mondiali devono impegnarsi per una cifra superiore ai 250 miliardi di dollari. Il primo ministro britannico ricorda che la contrazione degli scambi ha ridotto in povertà circa cento milioni di persone. Tra gli effetti della crisi, secondo un rapporto presentato ieri da Amnesty International, c'è anche una diminuita attenzione alla tutela dei diritti umani in diverse parti del mondo. Sempre alla crisi e alla crescita della disoccupazione – sottolinea l’Osservatore Romano - andrebbe attribuito anche l'aumento del 12,4% dei furti registrato in Giappone nel primo quadrimestre di quest'anno, secondo quanto reso noto dall'ultimo rapporto della polizia nazionale. Il dato è particolarmente allarmante considerato che i crimini sono complessivamente diminuiti del 4,9%.
Radio Vaticana, Sezione Italiana
Radio Vaticana, Sezione Italiana
giovedì 28 maggio 2009
Delbrêl, assistente sociale tra Dio e Marx
È considerata una «mistica nella città», Madeleine Delbrêl (1904-1964), ma era anche una donna estremamente concreta e professionale nel suo lavoro. Per scoprire questa sfumatura del suo carattere finora rimasta in secondo piano, risulta dunque estremamente utile il terzo volume dell’«opera omnia» della Delbrêl, «Professione assistente sociale», appena pubblicato da Gribaudi (pp. 304, euro 16,50). Si tratta di una raccolta degli scritti professionali della nota missionaria francese introdotti da Claude Langlois e con una presentazione dello storico Andrea Riccardi, qui riproposta per stralci.
Madeleine Delbrêl ha speso gran parte dei suoi anni nelle periferie parigine, ma non è stata una donna periferica. Vivendo la centralità del Vangelo nella sua vita è stata nel cuore della vita della Chiesa francese, tanto che ha generato una discendenza durevole, dalle prime compagne che vissero con lei a Ivry, nella banlieue parigina, sino a oggi, a coloro che si ispirano a lei. Eppure al momento della sua morte, nel 1964, Madeleine era assai poco conosciuta. I suoi testi più importanti erano ancora inediti e sarebbero stati pubblicati postumi, a partire dal 1966. L’interesse nei suoi confronti è cresciuto quando i suoi scritti hanno avuto diffusione, non soltanto in Francia. Jacques Loew, prete operaio a Marsiglia dagli anni Trenta, vicino all’esperienza di Madeleine, si è chiesto da cosa derivi la notorietà di questa donna, dichiarata «serva di Dio» dalla Chiesa nel 1996. «La notorietà di Madeleine Delbrêl — conclude Loew — è frutto diretto, unico e immediato del suo pensiero, tale e quale è stato divulgato tra il 1966 e il 1973 nei tre libri postumi: Noi, gente di strada..., La gioia di credere e Comunità secondo il Vangelo. Il vissuto del laboratorio umano di Ivry ha, dunque, trovato vasta eco. Madeleine aveva creato la Charité de Jésus a Ivry nel 1933, con poche compagne. Lì, dal 1937, aveva esercitato la professione di assistente sociale, all’epoca un mestiere nuovo e riservato esclusivamente alle donne. Nel 1928 si era tenuta a Parigi la prima conferenza internazionale dedicata al servizio sociale e solo nel 1932 era stato istituito il diploma di assistente sociale. Madeleine fu una delle prime assistenti sociali francesi. Madeleine aveva scelto di divenirlo in età già adulta, dopo aver condotto studi letterari e filosofici alla Sorbona. In lei l’esperienza spirituale e l’attività professionale si fondono, divengono un tutt’uno in una vita spesa nell’incontro e nel servizio all’«altro». È pertanto importante tornare sui suoi «scritti professionali», a partire dalla tesi discussa nel 1937, Ampleur et dépendance du service social.La storia umana professionale e religiosa di Madeleine Delbrêl ha come teatro Ivry sur Seine, periferia operaia di Parigi. Non si trattava di un mondo facile. Ci si potrebbe chiedere come mai questa donna, senza grandi risorse, debole di salute, abbia scelto quell’angolo di Parigi. C’era un prete amico, Lorenzo, che dal ’34 divenne parroco di Ivry; c’era qualche compagna, disposta a iniziare con lei un’esperienza spirituale nuova. La periferia parigina era la realtà di un mondo dolente e secolarizzato. È il mondo di quell’assenza di Dio su cui Madeleine rifletteva da tempo. Il «Dio è morto» di Nietzsche le appariva, allora, non soltanto una provocazione filosofica, ma una realtà concreta di tanti uomini e donne. Questo avveniva in un mondo doloroso fatto di povertà ed esclusione. Madeleine riflette su quel mondo e sente la ferita di tanti che si allontanano dalla Chiesa. La Chiesa di Pio XI (e lo stesso Papa) aveva chiaro l’avvenuto divorzio fra il cattolicesimo e il mondo operaio. Madeleine immagina una presenza diversa dei cristiani, a contatto quotidiano con la gente. Dice spesso che è necessario essere «predicatori con la vita». Bisogna avvicinarsi alla gente per riavvicinare loro a Dio. Questi temi la accompagnano nel corso degli anni e rifluiscono in uno dei suoi libri più importanti, Ville marxiste, Terre de mission, pubblicato nel 1957. C’è qui la grande intuizione della Francia, quella delle periferie come terra di missione. Era l’intuizione che aveva mosso l’esperienza dei preti operai. La Mission de France, voluta nel 1941 dal cardinale Suhard, ha tra i suoi ispiratori Madeleine Delbrêl. Il suo interesse per il mondo operaio, infatti, viene presto condiviso da altri all’interno della Chiesa francese, da preti e da laici, che entrano a contatto con quel mondo. Madeleine soffriva la divisione rigorosa della città tra comunisti e non comunisti, spaccatura che allontanava irrimediabilmente gli operai dalla Chiesa. Aveva studiato il marxismo. Era entrata in dialogo con i comunisti che incontrava nella vita di ogni giorno. Credeva che la chiave per superare la divisione fosse l’amicizia personale, l’amore gratuito: «Ogni uomo — scrive —, comunista o capitalista, buddista o musulmano, è prima di tutto nostro fratello nella creazione». Per «saltare il fosso» che divideva in due la città — da una parte la Chiesa, dall’altra il mondo operaio — Madeleine e le compagne decidono nel 1935 di lasciare il centro sociale della parrocchia, dove risiedevano da due anni, e di affittare un appartamento nel centro di Ivry. Si trovano così a vivere tra gli operai, che in quel tempo erano definiti «proletari». Ci si chiedeva, allora, cosa sarebbe stato di quell’ampia fetta di popolazione ormai lontana dalla fede, se non perfino ostile. Nel 1943 Henry Godin e Yvan Daniel rilanciano questi interrogativi con il celebre testo, La France, pays de mission?, presentato all’arcivescovo di Parigi. La risposta, per Madeleine, non è nel divenire «progressisti» o nell’avvicinarsi al partito comunista, né in un astratto dialogo sui grandi principi. La sua risposta è la condivisione concreta e quotidiana della vita degli operai e passa anche attraverso l’aiuto concreto, materiale, che Madeleine offre come assistente sociale. Nei suoi ultimi anni Madeleine segue con grande interesse lo svolgersi del Concilio. Dopo la fine dell’esperienza dei preti operai nel 1953 vissuta da lei con dolore, il Concilio le sembra una grande opportunità. La morte sopraggiunge improvvisa, il 13 ottobre 1964, mentre a Roma per la prima volta un laico, Patrick Keegan, prende la parola in un’assemblea conciliare, intervenendo sull’«apostolato dei laici».
Andrea Riccardi in Avvenire
Madeleine Delbrêl ha speso gran parte dei suoi anni nelle periferie parigine, ma non è stata una donna periferica. Vivendo la centralità del Vangelo nella sua vita è stata nel cuore della vita della Chiesa francese, tanto che ha generato una discendenza durevole, dalle prime compagne che vissero con lei a Ivry, nella banlieue parigina, sino a oggi, a coloro che si ispirano a lei. Eppure al momento della sua morte, nel 1964, Madeleine era assai poco conosciuta. I suoi testi più importanti erano ancora inediti e sarebbero stati pubblicati postumi, a partire dal 1966. L’interesse nei suoi confronti è cresciuto quando i suoi scritti hanno avuto diffusione, non soltanto in Francia. Jacques Loew, prete operaio a Marsiglia dagli anni Trenta, vicino all’esperienza di Madeleine, si è chiesto da cosa derivi la notorietà di questa donna, dichiarata «serva di Dio» dalla Chiesa nel 1996. «La notorietà di Madeleine Delbrêl — conclude Loew — è frutto diretto, unico e immediato del suo pensiero, tale e quale è stato divulgato tra il 1966 e il 1973 nei tre libri postumi: Noi, gente di strada..., La gioia di credere e Comunità secondo il Vangelo. Il vissuto del laboratorio umano di Ivry ha, dunque, trovato vasta eco. Madeleine aveva creato la Charité de Jésus a Ivry nel 1933, con poche compagne. Lì, dal 1937, aveva esercitato la professione di assistente sociale, all’epoca un mestiere nuovo e riservato esclusivamente alle donne. Nel 1928 si era tenuta a Parigi la prima conferenza internazionale dedicata al servizio sociale e solo nel 1932 era stato istituito il diploma di assistente sociale. Madeleine fu una delle prime assistenti sociali francesi. Madeleine aveva scelto di divenirlo in età già adulta, dopo aver condotto studi letterari e filosofici alla Sorbona. In lei l’esperienza spirituale e l’attività professionale si fondono, divengono un tutt’uno in una vita spesa nell’incontro e nel servizio all’«altro». È pertanto importante tornare sui suoi «scritti professionali», a partire dalla tesi discussa nel 1937, Ampleur et dépendance du service social.La storia umana professionale e religiosa di Madeleine Delbrêl ha come teatro Ivry sur Seine, periferia operaia di Parigi. Non si trattava di un mondo facile. Ci si potrebbe chiedere come mai questa donna, senza grandi risorse, debole di salute, abbia scelto quell’angolo di Parigi. C’era un prete amico, Lorenzo, che dal ’34 divenne parroco di Ivry; c’era qualche compagna, disposta a iniziare con lei un’esperienza spirituale nuova. La periferia parigina era la realtà di un mondo dolente e secolarizzato. È il mondo di quell’assenza di Dio su cui Madeleine rifletteva da tempo. Il «Dio è morto» di Nietzsche le appariva, allora, non soltanto una provocazione filosofica, ma una realtà concreta di tanti uomini e donne. Questo avveniva in un mondo doloroso fatto di povertà ed esclusione. Madeleine riflette su quel mondo e sente la ferita di tanti che si allontanano dalla Chiesa. La Chiesa di Pio XI (e lo stesso Papa) aveva chiaro l’avvenuto divorzio fra il cattolicesimo e il mondo operaio. Madeleine immagina una presenza diversa dei cristiani, a contatto quotidiano con la gente. Dice spesso che è necessario essere «predicatori con la vita». Bisogna avvicinarsi alla gente per riavvicinare loro a Dio. Questi temi la accompagnano nel corso degli anni e rifluiscono in uno dei suoi libri più importanti, Ville marxiste, Terre de mission, pubblicato nel 1957. C’è qui la grande intuizione della Francia, quella delle periferie come terra di missione. Era l’intuizione che aveva mosso l’esperienza dei preti operai. La Mission de France, voluta nel 1941 dal cardinale Suhard, ha tra i suoi ispiratori Madeleine Delbrêl. Il suo interesse per il mondo operaio, infatti, viene presto condiviso da altri all’interno della Chiesa francese, da preti e da laici, che entrano a contatto con quel mondo. Madeleine soffriva la divisione rigorosa della città tra comunisti e non comunisti, spaccatura che allontanava irrimediabilmente gli operai dalla Chiesa. Aveva studiato il marxismo. Era entrata in dialogo con i comunisti che incontrava nella vita di ogni giorno. Credeva che la chiave per superare la divisione fosse l’amicizia personale, l’amore gratuito: «Ogni uomo — scrive —, comunista o capitalista, buddista o musulmano, è prima di tutto nostro fratello nella creazione». Per «saltare il fosso» che divideva in due la città — da una parte la Chiesa, dall’altra il mondo operaio — Madeleine e le compagne decidono nel 1935 di lasciare il centro sociale della parrocchia, dove risiedevano da due anni, e di affittare un appartamento nel centro di Ivry. Si trovano così a vivere tra gli operai, che in quel tempo erano definiti «proletari». Ci si chiedeva, allora, cosa sarebbe stato di quell’ampia fetta di popolazione ormai lontana dalla fede, se non perfino ostile. Nel 1943 Henry Godin e Yvan Daniel rilanciano questi interrogativi con il celebre testo, La France, pays de mission?, presentato all’arcivescovo di Parigi. La risposta, per Madeleine, non è nel divenire «progressisti» o nell’avvicinarsi al partito comunista, né in un astratto dialogo sui grandi principi. La sua risposta è la condivisione concreta e quotidiana della vita degli operai e passa anche attraverso l’aiuto concreto, materiale, che Madeleine offre come assistente sociale. Nei suoi ultimi anni Madeleine segue con grande interesse lo svolgersi del Concilio. Dopo la fine dell’esperienza dei preti operai nel 1953 vissuta da lei con dolore, il Concilio le sembra una grande opportunità. La morte sopraggiunge improvvisa, il 13 ottobre 1964, mentre a Roma per la prima volta un laico, Patrick Keegan, prende la parola in un’assemblea conciliare, intervenendo sull’«apostolato dei laici».
Andrea Riccardi in Avvenire
mercoledì 27 maggio 2009
Lavoro, al primo posto la tutela della vita
La sciagura in Sardegna
Ancora tre morti bianche e altrettante famiglie in lacrime, questa volta in Sardegna, regione che come poche ha fame di lavoro, sviluppo e crescita per uscire da una condizione di abbandono che non sarà la proliferazione di orribili villaggi turistici nei luoghi più ameni e di villone pacchiane di nuovi ricchi a superare. Ancora tre morti, figli di un’isola che coltivava speranze di riscatto nelle industrie venute da fuori come le fabbriche chimiche dell’interno diventate cattedrali nel deserto, che ha fatto affidamento sui poli minerari e metallurgici rivelatisi un bluff e che ora guarda come ad un’ancora di salvezza agli impianti petroliferi della costa.In una raffineria di Sarroch, litorale sud a pochi chilometri da Cagliari, ieri si è consumata la nuova tragedia con un bilancio pesantissimo che fa lievitare le statistiche dei morti da lavoro, oltre mille all’anno, e poco senso ha dibattere se nel numero debbano o no essere compresi i cosiddetti morti in itinere che perdono la vita nel viaggio di andata o di rientro dalla fabbrica. Fuorviante poi puntare il dito sulla presunta carenza di norme sulla sicurezza nei cantieri o nei capannoni: le leggi ci sono, ridondanti, complesse e talvolta contraddittorie da risultare di non semplice applicazione anche agli occhi di chi deve verificarne il rispetto.Qualche considerazione merita piuttosto il fatto che le tre vittime di Sarroch uccise da una intossicazione mentre erano intente alla pulizia di un serbatoio non appartenevano all’organico della raffineria in quanto dipendenti di ditta appaltatrice. Spesso, troppo spesso, le morti bianche coinvolgono gli esterni, lavoratori di imprese che oggi operano qua, domani là. Si va dove c’è lavoro, è chiaro, e siano benedette queste commesse perchè con i tempi che corrono nessuna occasione deve essere perduta. Ma le trasferte ripetute, il saltare da un impianto di un certo tipo ad un altro con caratteristiche tecnologiche e produttive completamente diverse non facilita la formazione di una mentalità operativa specifica, non sempre agevola la crescita di una cultura della sicurezza che deve costituire il patrimonio più prezioso di ogni lavoratore, eredità ricevuta da chi è più anziano di te, ha fatto più pratica, è in possesso di solida esperienza. Cosa sia accaduto esattamente nella raffineria di Sarroch lo appureranno le indagini di rito. La riflessione non può che assumere connotazioni di carattere generale per ribadire l’urgenza che si affermi una mentalità diffusa e condivisa ad ogni livello (dipendente, imprenditore, sindacato, organo di controllo) che porti a legare inscindibilmente il lavoro e la tutela della vita, intesi come due facce della medesima medaglia.Lavoro e vita sono beni primari, assoluti, insopprimibili. La vita si realizza mediante il lavoro, senza il quale all’uomo e alla sua famiglia non è concesso condurre una esistenza dignitosa. Nello sfiancante dibattito sulla sicurezza che attraversa il Paese e coinvolge tutte le forze politiche sarebbe il caso che venissero comprese le tematiche peculiari della sicurezza sul lavoro intesa come prassi da consolidare e cultura da radicare, con l’obiettivo di porre un freno ad uno stillicidio di sciagure che non ci fa onore in Europa. E’ questione tanto di civiltà giuridica in una Repubblica fondata sul lavoro, quanto - non sembri argomentazione prosaica - di stretta ed utilitaristica convenienza: l’economia ha tutto da guadagnare da un sistema produttivo al cui interno si opera senza rischiare quotidianamente la salute o la pelle.
Antonio Giorgi in Avvenire
Ancora tre morti bianche e altrettante famiglie in lacrime, questa volta in Sardegna, regione che come poche ha fame di lavoro, sviluppo e crescita per uscire da una condizione di abbandono che non sarà la proliferazione di orribili villaggi turistici nei luoghi più ameni e di villone pacchiane di nuovi ricchi a superare. Ancora tre morti, figli di un’isola che coltivava speranze di riscatto nelle industrie venute da fuori come le fabbriche chimiche dell’interno diventate cattedrali nel deserto, che ha fatto affidamento sui poli minerari e metallurgici rivelatisi un bluff e che ora guarda come ad un’ancora di salvezza agli impianti petroliferi della costa.In una raffineria di Sarroch, litorale sud a pochi chilometri da Cagliari, ieri si è consumata la nuova tragedia con un bilancio pesantissimo che fa lievitare le statistiche dei morti da lavoro, oltre mille all’anno, e poco senso ha dibattere se nel numero debbano o no essere compresi i cosiddetti morti in itinere che perdono la vita nel viaggio di andata o di rientro dalla fabbrica. Fuorviante poi puntare il dito sulla presunta carenza di norme sulla sicurezza nei cantieri o nei capannoni: le leggi ci sono, ridondanti, complesse e talvolta contraddittorie da risultare di non semplice applicazione anche agli occhi di chi deve verificarne il rispetto.Qualche considerazione merita piuttosto il fatto che le tre vittime di Sarroch uccise da una intossicazione mentre erano intente alla pulizia di un serbatoio non appartenevano all’organico della raffineria in quanto dipendenti di ditta appaltatrice. Spesso, troppo spesso, le morti bianche coinvolgono gli esterni, lavoratori di imprese che oggi operano qua, domani là. Si va dove c’è lavoro, è chiaro, e siano benedette queste commesse perchè con i tempi che corrono nessuna occasione deve essere perduta. Ma le trasferte ripetute, il saltare da un impianto di un certo tipo ad un altro con caratteristiche tecnologiche e produttive completamente diverse non facilita la formazione di una mentalità operativa specifica, non sempre agevola la crescita di una cultura della sicurezza che deve costituire il patrimonio più prezioso di ogni lavoratore, eredità ricevuta da chi è più anziano di te, ha fatto più pratica, è in possesso di solida esperienza. Cosa sia accaduto esattamente nella raffineria di Sarroch lo appureranno le indagini di rito. La riflessione non può che assumere connotazioni di carattere generale per ribadire l’urgenza che si affermi una mentalità diffusa e condivisa ad ogni livello (dipendente, imprenditore, sindacato, organo di controllo) che porti a legare inscindibilmente il lavoro e la tutela della vita, intesi come due facce della medesima medaglia.Lavoro e vita sono beni primari, assoluti, insopprimibili. La vita si realizza mediante il lavoro, senza il quale all’uomo e alla sua famiglia non è concesso condurre una esistenza dignitosa. Nello sfiancante dibattito sulla sicurezza che attraversa il Paese e coinvolge tutte le forze politiche sarebbe il caso che venissero comprese le tematiche peculiari della sicurezza sul lavoro intesa come prassi da consolidare e cultura da radicare, con l’obiettivo di porre un freno ad uno stillicidio di sciagure che non ci fa onore in Europa. E’ questione tanto di civiltà giuridica in una Repubblica fondata sul lavoro, quanto - non sembri argomentazione prosaica - di stretta ed utilitaristica convenienza: l’economia ha tutto da guadagnare da un sistema produttivo al cui interno si opera senza rischiare quotidianamente la salute o la pelle.
Antonio Giorgi in Avvenire
martedì 26 maggio 2009
Pena di morte: si allarga il fronte del no
Anche il Togo sta per mandare in pensione il boia. L’annuncio, che amplia la “no death penalty zone”, l’area libera dalla pena di morte, arriva al IV Congresso internazionale dei ministri della Giustizia, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. Nella sala della Protomoteca in Campidoglio il guardasigilli del Paese africano, Kokou Biossey Tozoun, dichiara che «tra qualche giorno la pena di morte sarà abolita nel nostro Paese». Il Togo, abolizionista de facto, ha eseguito l’ultima condanna nel 1998, commutando tutte le altre condanne in carcere a vita. «La pena di morte è inutile e illusoria – dice Tozoun – perché lo Stato che dà la morte non è più grande di chi uccide». A poche settimane dall’abolizione della pena capitale nello Stato americano del New Mexico, la Comunità di Sant’Egidio prosegue nella sua battaglia per passare dalla Moratoria universale della pena di morte – approvata nel 2007 all’Assemblea generale dell’Onu e ribadita l’anno successivo – a una reale cancellazione de jure dai codici penali. A Roma arrivano i rappresentanti di 25 Paesi sudamericani, asiatici e africani, tra cui 15 ministri della Giustizia che stamattina saranno ricevuti dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Ed è proprio dall’Africa che arrivano i segnali più incoraggianti. Nel 2008 è stata la volta del Burundi, sconvolto da dodici anni di sanguinosa guerra civile. «È il segno di una scelta irreversibile per la democrazia e il rispetto dei diritti umani», spiega il ministro del Togo. Che sta per aggiungersi ai numerosi Paesi africani che hanno abolito negli ultimi anni la pena capitale. Il presidente dello Zambia, Rupiah Banda, ha solennemente dichiarato che nel corso del suo mandato non firmerà mai un ordine di esecuzione. Per il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo «sono risultati notevoli che mostrano come l’Africa si avvii a essere il secondo continente, dopo l’Europa, libero dalla pena capitale». Il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti ricorda che l’Italia è sempre in prima linea e insieme ad altri Paesi sta lavorando a una nuova risoluzione da presentare all’Assemblea generale dell’Onu in autunno. Il vice-presidente del Csm Nicola Mancino ricorda che «la certezza della pena come deterrente è di gran lunga uno strumento migliore della gravità della stessa e l’umanità delle condizioni di detenzione offre le migliori garanzie per il recupero sociale del detenuto». Lo spauracchio del boia, insomma, non è mai servito a contenere il crimine: «La pena di morte che vigeva nel nostro Paese – conferma il guardasigilli del Burundi Jean Bosco Ndikumana – non ha impedito ai burundesi di ammazzarsi tra di loro». Aggiunge Impagliazzo: «Dalle ricerche fatte in diversi epoche e diversi Paesi non è mai risultato che l’abolizione abbia portato all’incremento dei delitti più gravi». Conferma Mario Marazziti, portavoce della Comunità: «In Canada, così vicino agli Usa, dopo l’abolizione gli omicidi sono calati». Il Costa Rica fa ben sperare. Il ministro della Giustizia Viviana Martìn Salazar orgogliosamente ricorda che il suo Paese non uccide dal 1882: «Il nostro presidente è un Nobel per la pace, non abbiamo l’esercito e ci sono più maestri che poliziotti». E i programmi di riabilitazione per i detenuti costaricani hanno ridotto dal 60% al 25% la recidiva di chi, una volta uscito, tornava a delinquere. Anche dall’America del Nord arrivano segnali incoraggianti: due anni dopo l’abolizione in New Jersey, anche il New Mexico ha abbandonato la pena capitale. E Nebraska, New Hampshire, Colorado e Montana stanno discutendo proposte abolizioniste. Il cammino è lungo ma negli ultimi anni ha subito un’accelerazione sorprendente: agli inizi del XX secolo gli abolizionisti erano tre, dopo il 1945 ancora solo ottp, nel 1978 erano 19. Ora la proporzione si è ribaltata.
Avvenire, 26 Maggio 2009
Avvenire, 26 Maggio 2009
Spariti nel nulla centinaia di minori
Vincenzo R. Spagnolo
Da Avvenire, 18 Maggio 2009
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