sabato 31 luglio 2010

Usa, legge immigrazione «latinos»

Su una cosa sono tutti d’accordo. Anche nella rovente – e non solo per la torrida afa estiva – Arizona: la battaglia per indurire la legge sull’immigrazione in questo Stato è solo all’inizio. Lo ha dichiarato il governatore Jan Brewer, dopo che il giudice federale Susan Bolton ha “congelato” i punti più controversi della discussa riforma migratoria Sb 1070, a poche ore dalla sua entrata in vigore. L’ora X è scattata nella mezzanotte tra mercoledì e giovedì. A diventare legge è stato, però, un provvedimento “mutilato” dei suoi paragrafi più scottanti.

Primo fra tutti, quello che impone alla polizia di verificare la regolarità della posizione migratoria di qualunque cittadino fermato per un’infrazione, anche minima. È sufficiente – questo dice la versione originale – che l’agente abbia il sospetto, fondato o meno, di trovarsi di fronte un “indocumentado” – come vengono chiamati gli immigrati illegali – per far partire i controlli. Nell’attesa, la persona dev’essere trattenuta. Contro il sistema, ritenuto discriminatorio, si è schierata fin dall’inizio la comunità ispanica. Seguita, poi, dalla Casa Bianca. Nonostante il 60 per cento degli americani sia favorevole alla legge, il dipartimento di Giustizia ha avviato un ricorso. In base al fatto che la questione migratoria è competenza federale. A stoppare la clausola è stato, in attesa della decisione finale, il giudice Bolton.

La norma «pregiudica gli stranieri legalmente residenti negli Usa, inclusi cittadini statunitensi, la cui libertà personale viene compressa in attesa che si verifichi il loro status», ha scritto nella sentenza di sospensione. Bloccati anche gli altri tre articoli polemici che velocizzano i rimpatri, impongono agli immigrati di portare sempre con sé i documenti e criminalizzano l’occupazione di spazi pubblici da parte di irregolari per chiedere lavoro. Come fanno spesso i muratori o i giardinieri ispanici che offrono la loro manodopera in grandi tendoni sulla strada. Non si tratta, però, di un’abrogazione ma di una sospensione.

Almeno fino a quando i tribunali federali si pronunceranno sulla costituzionalità della riforma. Restano in vigore, al contrario, gli aspetti più soft del provvedimento Sb 1070: le pene più severe per chi raccoglie gli irregolari dalla strada e li porta a lavorare o le nuove procedure di reclamo per chi si senta vittima di discriminazione razziale. Se gli ispanici e il governo del Messico hanno festeggiato la sentenza, i gruppi favorevoli alla legge sono pronti a dare battaglia. Il governatore Brewer ha annunciato un imminente ricorso alla Corte d’Appello. Nel probabile caso – dato l’orientamento “liberal” della maggior parte dei giudici – che quest’ultima ribadisca la decisione Bolton, lo Stato si rivolgerà – ha detto la Brewer – alla Corte Suprema. Per pagare le spese legali, il governatore ha chiesto ai sostenitori una donazione da 5 dollari. In molti stanno aderendo. Il governo federale, dal canto suo, non si darà pace fino a quando il provvedimento non verrà cancellato. Quella sulla Sb 1070 non è, però, solo una battaglia legale. Agli scontri giuridici si sovrappone la polemica politica.

Le elezioni legislative di novembre incombono. E Obama, nella sua opposizione alla riforma, rischia di far perdere consensi ai democratici. Anche se, sostengono vari analisti, il presidente, in questo modo, si riconcilia con gli ispanici – frustrati dalle promesse tradite di una riforma integrale per la legalizzazione degli oltre 12 milioni di irregolari residenti negli Usa –, il cui peso potrebbe essere rilevante nella consultazione. Mentre il braccio di ferro va avanti, in Arizona il clima si fa sempre più incandescente. Cortei pro o contro la legge sono ormai all’ordine del giorno. Proseguono anche i “raid” anti immigrati alla frontiera realizzati da gruppi estremisti armati. La rabbia di questi ultimi – temono gli attivisti per i diritti civili – potrebbe esplodere, dopo la delusione per il blocco della normativa.
Lucia Capuzzi in AVVENIRE

giovedì 15 luglio 2010

Argentina, nozze gay

Arriva il sì del Senato
In Argentina diventano legali i matrimoni gay: il Senato ha approvato la legge che autorizza le unioni omosessuali, dopo che la Camera lo aveva già approvato lo scorso maggio. L'Argentina è il primo Paese dell'America latina ad autorizzare i matrimoni gay. Il disegno di legge, sostenuto dal governo di centro-sinistra della presidente Cristina Fernandez de Kirchner, è stato approvato con 33 voti a favore e 27 contrari dopo più di 15 ore di dibattito in aula.

«È un giorno storico», ha detto il capogruppo del partito al potere, Miguel Pichetto, ricordando che il dibattito è stato messo in calendario per il 14 luglio, giorno di commemorazione della Rivoluzione francese. «È la prima volta che si vota per una legge a favore delle minoranze», ha aggiunto.

«La società argentina è cambiata: ci sono dei nuovi modelli famigliari, ha detto il capogruppo al Senato dei radicali all'opposizione, Gerardo Morales, spiegando come questa legge sia pensata per tutelare i diritti delle minoranze.

Come già accaduto in Spagna nel 2005, il progetto prevede che dal Codice civile argentino scompaiano i termini «moglie e marito», sostituiti semplicemente dalla parola «contraenti». Un escamotage linguistico che implica molto di più: una trasformazione sociale e antropologica che suscita appassionate critiche, energiche condanne, ma anche applausi ed entusiasmi. Il Paese è diviso in due, come il Senato.

Di fatto, fino all’ultimo momento nessuno dei due fronti – il sì (appoggiato dall’Oficialismo, che sostiene il governo della presidente Cristina Fernandez Kirchner) e il no – ha azzardato previsioni sul voto: l’approvazione era appesa ad un filo.

Contro la legalizzazione era stato presentato un progetto alternativo per riconoscere le unioni civili gay, escludendo però l’equiparazione con il matrimonio vero e proprio, dunque la possibilità di adozione e il diritto di ricorrere ai procedimenti di fertilizzazione assistita. Ma ha prevalso la posizione più netta e radicale e la proposta – nonostante il placet della Commissione di legislazione generale del Senato – è stata bloccata in extremis, tramite impugnazione.

Anche le richieste di referendum sono state un buco nell’acqua. Ma la società argentina non è rimasta a guardare. La manifestazione più affollata è stata quella di martedì sera, a Buenos Aires, di fronte alla sede del Senato. Circa 100mila persone (200mila secondo alcune fonti) sono scese in piazza in difesa del matrimonio eterosessuale: «Vogliamo una mamma e un papà», si leggeva sui cartelli, in linea con le parole del cardinale Jorge Bergoglio. I bambini hanno il diritto di nascere e crescere nell’«ambiente naturale del matrimonio», aveva ricordato il cardinale argentino. È stata una protesta pacifica, trasversale: i partecipanti hanno scelto uno sgargiante colore arancione per bandiere e cappellini, prendendo le distanze da tutti i partiti dell’arco argentino. Giovani e anziani, famiglie e single: in piazza (nonostante il freddo dell’inverno di Buenos Aires) hanno sfilato persone di tutte le età e di diversi credo. Insieme ai cattolici (i più numerosi), c’erano anche alcune organizzazioni evangeliche e parte della comunità ebraica.

La politica è stata chiamata in causa, inevitabilmente: al termine è stato letto un manifesto in cui i partecipanti hanno promesso che non voteranno «mai più per quei politici che appoggiano il matrimonio omosessuale o si astengono o si assentano dalla votazione». Contro l’iniziativa, inoltre, sono state raccolte oltre 800mila firme.

La spinosa legge era stata approvata dalla Camera bassa lo scorso 5 maggio. Ma quattro città argentine avevano già anticipato la polemica nazionale, regolarizzando le unioni civili gay a livello municipale. Prima fra tutte Buenos Aires, con la Legge delle Unioni Civili del 2002. Nonostante gli strappi legislativi locali, la giurisprudenza argentina non si è mai messa d’accordo: dallo scorso dicembre si sono sposate nove coppie gay, ma diverse nozze sono state annullate dai giudici dopo poche settimane.

L'Argentina è quindi diventata il primo Paese dell'America latina ad autorizzare le nozze gay, e il decimo al mondo dopo Olanda, Belgio, Spagna, Canada, Africa del sud, Norvegia, Svezia, Portogallo e Islanda.
Michela Coricelli in AVVENIRE

mercoledì 27 gennaio 2010

La pace arriverà in Medio Oriente

Giorno della Memoria, Wiesel: la pace arriverà in Medio Oriente.

Erano tutti in piedi nell'Aula di Montecitorio quando Elie Wiesel, premio Nobel per la pace, ha preso la parola durante l'evento organizzato alla Camera dei Deputati per "Il Giorno della Memoria", alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e di tutte le alte cariche dello Stato. "Il silenzio non ha mai aiutato le vittime", ha sottolineato lo scrittore ebreo, scampato alla morte nei campi di concentramento nazisti e autore di numerosi libri sulla persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti. "Io e mia moglie Marion ci congratuliamo con l'Italia - ha detto nell'incipit del discorso -. Abbiamo partecipato a tante cerimonie e visitato tanti paesi dove viene celebrata la Memoria e posso dire che l'Italia costituisce un modello perché questa commemorazione abbraccia tutte le sfere sociali".Vittime innocenti - Lo scrittore, invitato su iniziativa di Gianfranco Fini che ha pronunciato il suo discorso prima dell'intervento di Wiesel, ha continuato: "Siamo qui impegnati a ricordare un'epoca della storia che ha avvolto nelle tenebre la speranza dell'uomo, epoca in cui gli assassini hanno tormentato, torturato, isolato, affamato e ucciso sei milioni di uomini, donne e bambini non per qualcosa che avevano fatto, detto, scritto o posseduto ma semplicemente perché erano discendenti di un popolo antico sopravvissuto all'antichità". Lo scrittore ebreo rumeno naturalizzato statunitense e di lingua francese è la quarta persona nella storia non membro della Camera dei deputati a parlare nell'Aula di Montecitorio: prima di lui, questo onore era stato concesso al leader dell'Olp Yasser Arafat (nel 1982), al re di Spagna Juan Carlos (nel 1998, in ossequio al fatto che il monarca è romano di nascita) ed a Papa Giovanni Paolo II (il 14 novembre 2002).Basta alle guerra tra Israele e i suoi vicini - "La speranza deve esserci sempre. Guardiamo all'Europa che è diventato un simbolo della solidarietà internazionale. La pace fra Israele e i palestinesi è ancora un sogno, ma un giorno arriverà, credetemi". Questo un altro dei passi del discorso di Elie Wiesel a Montecitorio. "Dobbiamo credere - ha spiegato il superstite della Shoah - che non ci sarà mai più guerra tra Israele e i suoi vicini, come è avvenuto tra francesi e tedeschi che si uccidevano per pochi chilometri di terra".Appello alla liberazione del soldato Gilad Shalit - "La pace un giorno arriverà. Se Israele ha potuto farla con la Germania, potrà farla con i suoi vicini". Il Nobel per la pace ha poi detto: "creiamo un'occasione, lanciamo un appello a coloro che tengono in prigione il soldato Gilad Shalit". Interrotto da un lungo applauso, Wiesel ha quindi aggiunto: "Voi avete la credibilità per farlo. Quest'uomo vive da tre anni imprigionato".Legge su attentati suicidi - "Un disegno di legge che definisca gli attentati suicidi come attentati contro l'umanità", è questo l'appello che il nobel per la pace ha rivolto al presidente del consiglio Silvio Berlusconi e a quello della Camera Gianfranco Fini. "Forse non fermeremo gli assassini - ha aggiunto - ma i complici sì".Non si può trattare con Ahmadinejad - "Come si può trattare con il presidente di una nazione, Ahmadinejad, che per primo vuole negare l'Olocausto e vuole distruggere uno stato membro delle Nazioni unite. Come osa?", ha chiesto il nobel per la pace Elie Wiesel nel suo intervento a Montecitorio. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini nel suo discorso aveva fatto riferimento implicitamente al presidente dell'Iran parlando di "una troppo flebile protesta della Comunità internazionale" per le sue posizioni. Khamenei: verrà il giorno della distruzione di Israele - Per tutta risposta la guida suprema dell'Iran, Ali Khamenei, proprio nel giorno in cui si celebra la Giornata della Memoria, ha detto che "un giorno verrà in cui le nazioni della regione (mediorientale, n.d.r.) assisteranno alla distruzione del regime sionista". Khamenei ha parlato nel corso di un incontro a Teheran con il presidente della Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz, e la dichiarazione è stata riportata oggi sul suo sito. "Il regime sionista - ha detto Khamenei - attraverso le pressioni, il blocco e il genocidio vuol fra sparire la Palestina dalle nazioni islamiche, ma non ci riuscirà". "Sicuramente - ha aggiunto la Guida suprema - un giorno verrà in cui le nazioni della regione assisteranno alla distruzione del regime sionista. Quando e come questa distruzione avverrà, dipenderà dal modo in cui le nazioni islamiche affronteranno la questione".
27 gennaio 2010. Tiscali.it

venerdì 18 dicembre 2009

Furto-profanazione ad Auschwitz

Nel campo di sterminio nazista furono uccise oltre un milione di persone
Il portavoce: "E' il primo furto così grave, e vergognoso, ai danni del sito"

VARSAVIA - Svitata da un lato e strappata dall'altro. Così è stato rubata l'insegna in ferro battuto, tragicamente celebre, che reca la scritta "Arbeit macht frei" ("Il lavoro rende liberi"), che campeggiava al di sopra del cancello di ingresso del campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau, nel sud della Polonia.

Il furto, compiuto - come riferisce la polizia polacca - fra le tre e le cinque della scorsa notte, non sembra essere una semplice bravata: i ladri hanno infatti reciso il filo spinato che costeggia la rete che delimita il campo, un'operazione quindi complessa che solo dei "professionisti" avrebbero potuto compiere. I ladri sembravano essere a conoscenza anche della posizione delle telecamere di sorveglianza.

"Si tratta del primo caso così grave di furto in questo luogo - spiega un portavoce del museo di Auschwitz, Jeroslaw Mensfeld - è una profanazione vergognosa nel luogo in cui oltre un milione di persone sono state assassinate".

L'iscrizione in ferro battuto, costruita dagli stessi prigionieri e installata nel 1940, non era difficile da staccare, ha precisato Mensfeld, "ma bisognava saperlo". Di notte, il campo è chiuso e sorvegliato da vigilantes. Ora all'esame degli inquirenti ci sono anche videoriprese della notte, intorno e dentro il sito.

Tra il 1940 e il 1945, nel campo di Auschwitz-Birchenau i nazisti sterminarono oltre un milione di persone, di cui un milione di ebrei. Fra le altre vittime, soprattutto polacchi non ebrei, rom e prigionieri di guerra sovietici. Le autorità del museo hanno già provveduto a installare all'ingresso del campo una copia della scritta, realizzata in occasione di un periodo di restauro dell'originale, divenuto in tutto il mondo il triste simbolo dell'Olocausto.

La donazione. Proprio ieri il governo tedesco aveva annunciato di essere pronto a una donazione di 60 milioni di euro per la manutenzione dell'ex lager. Una cifra che rappresenta la metà del denaro necessario a preservare quel che resta delle baracche e delle camere a gas del più noto dei campi di concentramento nazista. Alla fine della guerra, oltre 200 ettari del campo furono trasformati in museo, visitato ogni anno da centinaia di migliaia di persone. Ma i proventi dei biglietti non sono sufficienti a mantenere il grande sito, con i suoi 155 edifici, le 300 strutture in rovina e centinaia di migliaia di reperti, in gran parte effetti personali dei prigionieri. Non mancano iniziative di sostegno che coinvolgono i visitatori, come la richiesta di un'offerta spontanea dal titolo "Compra un mattone".

Quanto alla donazione della Germania, Mensfelt l'ha definita "enorme", ed ha auspicato che anche altri paesi possano seguire l'esempio con altri contributi in risposta all'appello lanciato dal governo polacco. Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha detto che la donazione di Berlino rispecchia la "responsabilità storica" dei tedeschi. Per il momento, anche la Gran Bretagna ha dato la sua disponibilità.

Avvenire, 18 Dicembre 2009

venerdì 11 dicembre 2009

Una suora in cattedra fa paura Potrebbe creare passione

È arrivata la nuova maestra. È abilitata all’ insegnamen-to, ha alle spalle anni in cattedra, secondo le graduatorie il posto tocca a lei. Ma quando entra in aula, in una elementare statale di Roma, delle madri corrono dalla preside. A protestare, indignate. Perché quella maestra, è una suora. Visibilmente una suora: porta perfino la veste nera sopra al velo bianco. Troppo, davvero, per quelle mamme "laiche e democratiche", che ora minacciano ricorso al Tar.Chi ha paura di una suora? Quella di Roma è una donna di 61 anni, i capelli grigi, l’aria, a dire il vero, mite. Ex allieva del cardinale Martini, neanche porta sulla veste quel crocefisso attorno al quale oggi tanto animatamente si discute. Sorride tranquilla: «Tanto ce l’ho qui dentro, nel mio cuore». E dunque la storia di Roma nemmeno è una questione di segni esibiti o rifiutati. «Cosa risponderà», trema invece una madre, «se mio figlio chiedesse come è nato l’universo?» Già. Non le verrà mica in mente, alla sorella, di accennare, accanto alla corretta idea evoluzionista, l’assurda ipotesi di un Creatore? (Dove si vede come certo laicismo radicale sia in realtà un credo integralista, spaventato all’idea del confronto con l’altro).E non importa se la legge italiana non preveda – e ci mancherebbe altro – la esclusione dei religiosi dall’insegnamento, in un’inimmaginabile discriminazione fra cittadini e sotto-cittadini. Tuttavia in qualcuno permane un meccanismo automatico, quasi pavloviano, per cui quell’abito è intollerabile. L’abito che sta a indicare, netta, ben visibile, l’appartenenza cristiana. Altrettanto cristiani però sono, nelle loro vesti borghesi, migliaia di maestri e professori nelle nostre scuole. Qual è il punto di attrito, allora? Forse l’abito di una suora come segno indiscreto e visibile della propria fede. Che è ammessa finché sia faccenda pudica, privata, mantenuta estranea alla vita quotidiana. Finché stia in chiesa e non si immischi di cose concrete come la politica, o l’educazione. Come farebbe, altrimenti, un maestro che manifestamente creda in un Dio a presentare agli alunni l’umano scibile con la dovuta neutralità, con la necessaria prudente equidistanza da ogni visione del mondo? Come farebbe a insegnare che nulla è oggettivamente vero, ma tutto invece opinabile, secondo l’imperativo del relativismo in cui oggi, coscientemente o no, si crescono i figli?Una suora in cattedra, questo no. Il rigurgito di una sorta di razzismo laico. No, nemmeno se non porta il crocefisso sul petto: tanto ce l’ha nel cuore, dice. Peggio, direbbero quelle madri, se fossero più acute. Perché un crocefisso di legno potrebbe anche essere lì, e non rappresentare niente. Potrebbe restare sul muro di un’aula a impolverarsi, innocuo sotto a sguardi abituati. Ma se davvero uno ce l’ha, come dice la suora di Roma, nel cuore, allora ha un’attenzione all’altro che meraviglia, col tempo, anche i bambini di una chiassosa classe elementare. Perché quella veste e quella croce si testimoniano nella passione all’altro. Perfino al ragazzo dell’ultimo banco, apparentemente il peggiore. E quanta ce ne vorrebbe, di questa passione, in certe nostre aule di ragazzi lasciati soli, di figli bulli per noia.
Marina Corradi in "Avvenire"

giovedì 19 novembre 2009

"A Natale via i clandestini" nel Bresciano si festeggia così

A Coccaglio la caccia ai clandestini si fa in nome del Natale. L'amministrazione di destra – sindaco
e tre assessori leghisti, altri tre Pdl – ha inaugurato nel piccolo comune bresciano l'operazione
"White Christmas", come il titolo della canzone di Bing Crosby, usato per ripulire la cittadina dagli extracomunitari.
Un nome scelto proprio perché l'operazione scade il 25 dicembre. E perché, spiega l'ideatore
dell'operazione, l'assessore leghista alla Sicurezza Claudio Abiendi «per me il Natale non è la festa
dell'accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità». È così che fino al 25 dicembre, a Coccaglio, poco meno di settemila abitanti, mille e 500 stranieri, i vigili vanno casa per casa a suonare il campanello di circa 400 extracomunitari. Quelli che hanno il permesso di soggiorno scaduto da sei mesi e che devono aver avviato le pratiche per il rinnovo. «Se non dimostrano di averlo fatto - dice il sindaco Franco Claretti - la loro residenza viene revocata d'ufficio». L'idea dell'operazione intitolata al Natale nasce dopo l'approvazione del decreto sicurezza che dà poteri più incisivi al sindaco, che poi chiede ai suoi funzionari di verificare i dati dell'Anagrafe sugli stranieri.
Nel paese, in dieci anni, gli extracomunitari sono passati dai 177 del 1998 ai 1562 del 2008,
diventando più di un quinto della popolazione. Con marocchini, albanesi e cittadini della ex
Jugoslavia tra i più presenti. «Da noi non c'è criminalità - tiene a precisare Claretti - vogliamo
soltanto iniziare a fare pulizia». A Coccaglio fino a giugno e per 36 anni ha governato la sinistra. «È solo propaganda - dice l'ex sindaco Luigi Lotta, centrosinistra - Io ho lasciato un paese unito, senza problemi d'integrazione. L'unico caso di cronaca degli ultimi anni, un accoltellamento tra kosovari, nemmeno residenti da noi, c'è stato sotto la nuova amministrazione».
L'idea di accostare la caccia agli irregolari al Natale, ha provocato le proteste di un pezzo di città.
«Io sono credente, ho frequentato il collegio dai Salesiani. Questa gente dov'era domenica scorsa?
Io a Brescia dal Papa», replica Abiendi, che si definisce «tra i fondatori della Lega Nord, nel 1992».
Poi enumera i risultati dell'operazione "Bianco Natale": «Dal 25 ottobre abbiamo fatto 150
ispezioni. Gli irregolari sono circa il 50% dei controllati». E ora al modello Coccaglio guardano
anche i sindaci leghisti dei comuni vicini, due (Castelcovati e Castrezzato) l'hanno già copiato. Lo
scorso 24 ottobre, alla prima convention di sindaci leghisti, a Milano, la "White Chistmas" ha avuto l'appoggio convinto dello stato maggiore del partito. «Il ministro Maroni è un uomo pratico - dice ora Claretti - ci ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici». Sul riferimento al Natale, il sindaco accetta le critiche. «Forse è stato infelice. Ma l'operazione scadrà proprio quel giorno lì».
Articolo di Sandro di Ricardis, in: La Repubblica

Suor Eugenia Bonetti scrive:
Ancora una volta ricevo e trasmetto questo articolo apparso ieri su "la Repubblica" che ancora una volta ci fa riflettere e, a dire poco, ci fa indignare, vergognare e umiliare pensando come ancora una volta in questo Natale dopo duemila anni si ripete la stessa scenda della famiglia di Nazareth che chiede ospitalità e si sente dire: "non c'è posto per loro".
Il Dio fattosi Uomo per fare di questa nostra umanità un'unica famiglia ha assunto la forma di ogni persona, colore, razza, lingua e nazione e nessuno che si definisce seguace di questo Dio Bambino può rifiutare un suo fratello o sorella perchè diverso o immigrato.
Il nostro Natale diventi davvero una festa dell'accoglienza, dell'ospitalità, della condivisione, dell'apertura della mente e del cuore verso che è in mezzo a noi e ci chiede di essere accolto, amato e aiutato.
Come donne e consacrate non temiamo di far sentire la nostra indignazione e trasmettere messaggi evangelici a difesa dei diritti degli ultimi ed esclusi.
Solo così il nostro Natale avrà un senso vero che ci arricchirà tutti.
Auguri di ogni bene, Sr. Eugenia Bonetti MC

martedì 10 novembre 2009

VENT'ANNI DOPO
Il Muro è caduto di nuovosotto la pioggia di Berlino
Davanti alla Porta di Brandeburgo, in un tri­pudio di luci colorate e di musiche mae­stose, il Muro ieri sera è crollato una se­conda volta. Non il tetro blocco di cemento che separava un tempo le due Germanie ma una barriera variopin­ta di mille tessere in formato gigante, allineate lun­go lo stesso tracciato. Cadono con effetto domino sotto il colpo ben assestato da Lech Walesa, il pri­mo ad abbattere il simbolico Muro che va dal Rei­chstag a Potsdamer Platz, nel cuore di Berlino. Al­l’estremità opposta della barriera di polistirolo il gesto viene ripetuto dal presidente della Commis­sione europea, Manuel Barroso. È il momento cul­minante delle celebrazioni per ricordare la notte magica del 9 novembre di vent’anni fa che innescò cambiamenti a cate­na nei regimi comu­nisti. È l’allegoria per­fetta di un lungo cam­mino, da Solidarnosc alla nuova Unione europea. E’ la «Festa della libertà» che la Germania riunificata celebra nel segno del­la più vasta unità del continente, alla pre­senza di decine di capi di Stato e di governo prove­nienti da tutto il mondo. Ci sono i leader di tutti i Paesi della Ue, per l’Italia c’è il presidente del Consiglio Berlusconi. Ci sono l’ex presidente sovietico Gorbaciov ed il presiden­te russo Medvedev. Non c’è Obama (che ha invia­to qui il Segretario di Stato Hillary Clinton) ma il presidente americano si è fatto vivo sui maxischer­mi con un videomessaggio. Il grande assente è l’ar­tefice della riunificazione Helmut Kohl, molto ma­lato. Niente parate militari, niente sfoggio di po­tenza. È un’autentica festa di popolo. Sono arriva­ti in centinaia di migliaia da tutta la Germania e a­desso sono qui, incuranti della pioggia battente, per ricordare «l’evento più gioioso della nostra sto­ria», dice Angela Merkel, la “cancelliera” venuta dal- l’Est che ha ricordato: «Quello fu il giorno più feli­ce della mia vita». E non ha voluto dimenticare l’al­tro 9 novembre,quello del 1938, divenuto triste­mente famoso come la notte dei Cristalli (violenti attacchi contro gli ebrei). Parlano i rappresentanti delle vecchie potenze vin­citrici della guerra. «Siamo tutti berlinesi» dice Sarkozy in tedesco. «We are one», siamo una cosa sola, è il canto finale che s’eleva sotto un cielo sol­cato dai fuochi d’artificio, tra gli applausi della fol­la. Il giorno più lungo di questi vent’anni di Germa­nia riunificata era iniziato con un gesto religioso di ringraziamento. Ieri mattina, nella chiesa del Get­semani dove nelle settimane precedenti la caduta del Muro si riuniva l’opposizione democratica gui­data dai pastori evangelici, si è tenuta una solenne preghiera ecumenica. Alla cerimonia, seguita da moltissimi fedeli che hanno riempito le navate del­l’antica chiesa gotica, hanno assistito tra gli altri la Merkel e il presidente della Germania federale Koh­ler. Anche il Papa è vicino alla «sua» Germania in questa storica giornata. La commemorazione del­la caduta del Muro, ha dichiarato ieri il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, «è vissuta con intensità da Benedetto XVI» che avrà occasione di ricordare «questo evento fondamentale nella sto­ria del suo Paese» ricevendo il prossimo 5 dicem­bre il presidente della Repubblica federale tedesca. La rievocazione più simbolica e commovente è quella che si è tenuta ieri pomeriggio. La scena è semplice e suggestiva: Angela Merkel attraversa l’ex passaggio di frontiera della Bornholmer Strasse, il primo varco aperto nel Muro, insieme con Walesa, Gorbaciov ed alcuni ex dissidenti della Ddr. Proprio qui, sullo storico ponte di Boesebruecke sormon­tato da arcate di ferro, la ragazza dell’Est che sa­rebbe diventata Cancelliere della Germania unita entrò a Berlino Ovest. Oggi ripete il percorso con una passeggiata trionfale, quasi nascosta sotto un tappeto d’ombrelli, tra due ali di folla visibilmente felice ed emozionata che le si stringe attorno con affetto. Qualcuno grida «Wir sind das Volk!», (Noi siamo il popolo!), lo slogan che risuonava sulle piaz­ze della Ddr vent’anni fa e mise in moto una rivo­luzione pacifica e vincente, la prima in assoluto di tutta la storia tedesca. «In questo luogo si è realiz­zato un sogno che non sarebbe stato possibile sen­za il coraggio del popolo della Ddr» dice Angela Merkel che ringrazia tutti ma soprattutto Walesa e Gorbaciov, ricordando l’impulso decisivo venuto dalla Polonia di Solidarnosc ed il ruolo giocato dal­la perestrojka. Ruolo che Walesa non riconosce. E si dice anzi «rattristato» perché oggi «vengono con­siderati eroi coloro che non lo sono stati», afferma riferendosi a Gorbaciov. «Oggi è un giorno di festa non solo per la Germa­nia ma per tutta l’Europa» ci tiene a sottolineare la Merkel. In ogni caso «il processo di riunificazione della Germania è ancora incompleto e c’è ancora della strada da fare per cancellare le differenze tra l’Est e l’Ovest», è il monito lanciato dalla signora cancelliere in un’intervista alla Ard , la prima rete pubblica della tv tedesca. Nell’ex Ddr «sono sorti molti paesaggi fioriti», riconosce la Merkel citando la famosa frase di Kohl, ma «all’Est la disoccupa­zione è il doppio di quella dell’Ovest». E quindi, conclude, «è necessario mantenere il contributo di solidarietà del 5 %», prelevato dalla busta paga dei tedeschi occidentali. La Germania è in festa ma non senza qualche sacrificio.
Dal nostro inviato a Berlino Luigi Geninazzi (Avvenire)